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Come muore una politica (sociale)

I promotori di “Sbilanciamoci” e un ampio cartello di soggetti della cittadinanza attiva che va sotto il nome di “I diritti alzano la voce” hanno presentato il Libro Nero sul Welfare italiano. Come il Governo italiano con le manovre economico-finanziarie e la legge delega fiscale e assistenziale  sta distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti, un dossier che analizza l’impatto degli ultimi provvedimenti  in materia di finanza pubblica del Governo Berlusconi sul settore del welfare e sull’insieme dei diritti ad esso collegato.

I dati e le informazioni proposte ci pongono dinanzi ad uno scenario drammatico, per il welfare italiano, sottoposto ad una pesantissima contrazione della spesa. E’ stato calcolato che tra il 2007 e il 2013 si realizzerà una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali da 1.594 a 144 milioni di euro. Continua a leggere

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Più impresa (quella vera), meno precarietà

“Stay hungry, stay foolish” (Rimanete affamati, rimanete folli). Era questo l’invito che Steve Jobs rivolgeva nel 2005 ai neo-laureati di Stanford. E’ stato tante volte ricordato dopo la morte del grande imprenditore e innovatore americano e dovrebbe avere un senso in un periodo in cui, più che mai, abbiamo il problema di promuovere la crescita del paese. Se vediamo, però, che cosa emerge dal dibattito sulla politica economica di questi anni sembra che il tema dell’innovatività, pure tanto spesso evocato, rischia di essere eluso, almeno nella pratica. Traiamo questa impressione – ma ci piacerebbe sbagliare – da alcuni fatti – pochi – che vorremmo commentare. Continua a leggere

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Le riforme inevitabili

La disoccupazione giovanile nei diversi paesi del mondo, tratto da http://www.sbilanciamoci.info

Si sente molto parlare in questi giorni di “riforme inevitabili e dolorose” di cui il Paese ha bisogno: prima fra tutte la riforma delle pensioni e in generale il “dimagrimento” del welfare. Anche i commentatori radiofonici  più ascoltati (per esempio “l’indignato speciale” di domenica) si affrettano a dire che “il Paese ha vissuto al di sopra dei propri mezzi” e che ora bisogna cambiare stile di vita. Un’affermazione questa che, ogni volta che viene ripetuta da un commentatore-editorialista-giornalista, non fa che certificare la distanza dal Paese reale di chi la pronuncia: perché quello che succede da diversi anni è che diminuiscono anche i consumi alimentari mentre il 40% della popolazione è “vulnerabile alla povertà”, cioè non è povero al momento ma può diventarlo molto facilmente. Tuttavia, lamentarsi o, nella migliore delle ipotesi, descrivere la situazione non basta. Perché ci sono delle riforme davvero inevitabili da fare per evitare lo scenario di un Paese dove la maggioranza della popolazione diventa sempre più povera, insicura ed esclusa. Ne abbiamo già parlato varie volte (qui si possono leggere i nostri post sulla risposta possibile alla crisi) ma ci preme qui discutere alcune idee nuove.

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Il Partito della Rendita

Che fine farà l’Italia? Se lo chiedono in tante e tanti, spesso senza sapere che ci sono alternative al disastro. Eppure, nulla è inevitabile, un’altra finanziaria e un’altra politica economica si possono fare, l’abbiamo detto più volte. E abbiamo descritto quali sono le scelte che potrebbero essere prese e come. Ogni politica economica ha un “partito”, una coalizione sociale, un aggregato di interessi e di poteri di riferimento che la sostiene, che condivide quelle scelte per varie ragioni, prima tra tutte perché così gli conviene e poi perché si ritiene nel giusto. Questo aggregato in Italia oggi esiste e possiamo chiamarlo il “Partito della Rendita”. In questo modo è possibile spiegare molte scelte del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dei governi di centrodestra degli ultimi 15 anni. Anche quelle apparentemente più incomprensibili e impopolari nella stessa coalizione di governo.

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Il giorno dopo la finanziaria

Il parlamento europeo, anche da lì può passare un'uscita diversa dalla crisi. (Foto tratta da ilperiodico.it)

Ieri la Camera dei Deputati ha convertito in legge la manovra finanziaria che è stata firmata questa mattina dal Presidente della Repubblica (qui un riassunto delle misure). Già all’inizio di questa settimana sono cominciate a circolare voci su nuove manovre e nuovi provvedimenti, segno che non è finita: e non finirà presto se si continua con questo approccio che chiede sempre alla parte più povera della popolazione, aumenta i carichi di lavoro e le ingiustizie contro le donne, diminuisce i redditi e i servizi pubblici e aumenta le disuguaglianze come scrivemmo già qui. Lamentarsi e criticare non basta, però. Anche perché, e qui sta la vera differenza con altri periodi bui del passato recente, oggi ci sono proposte e analisi concrete su come si potrebbe fare diversamente. Ecco alcuni consigli di lettura in proposito. Continua a leggere

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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Le mani in tasca agli italiani

Questo governo si è sempre vantato di rimettere a posto i conti pubblici “senza mettere le mani in tasca agli italiani”.  E’ una delle sue tante bugie, tanto più pesante se letta alla luce di quanto affermato ieri dalla Corte dei Conti: ci aspettano tempi duri, altri “sacrifici inevitabili” per “risanare i conti”. Un ritornello sentito già mille volte, più o meno dai primi anni novanta: l’epoca delle grandi manovre finanziarie ma anche, come abbiamo scritto qui, del significativo aumento delle disuguaglianze. Tra il 1991 ed il 1993 la concomitanza tra la crisi economica e le politiche di rigore finanziario portò ad un aumento delle disuguaglianze del 5%. Non abbiamo più recuperato quello squilibrio e ancora non si sa quanti e quali aumenti dell’indice di Gini (che misura appunto le differenze di reddito all’interno di un Paese) siano stati prodotti dall’attuale crisi combinata con le politiche di Giulio Tremonti. Vediamo infatti con che criterio agisce questo governo quando afferma di non chiedere soldi agli italiani.

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Consigli di lettura per la vecchia (ed ingiusta) Europa

Domenica e lunedì si vota in diverse città, tra cui Milano. Ieri sera ad Anno Zero Daniela Santanchè ha provato a gettare ulteriore fango su Giuliano Pisapia accusandolo di aver avuto sostenitori di Hamas ad una delle sue iniziative. Ha mostrato una foto in cui, secondo lei, si vedeva una bandiera del movimento islamico palestinese. Peccato per lei che si trattasse di un grossolano errore: la bandiera, come è stato mostrato in diretta, era della Freedom Flottilla, il gruppo di navi pacifiste che fu assaltato dalle forze di elite israeliane quasi un anno fa al largo di Gaza. Vale la pena leggere il post di Lorenzo Declich che smonta l’islamofobia (e l’islamo-ignoranza) della Santanchè per la quale mussulmano è uguale a terrorista e non c’è poi tanta differenza tra estrema sinistra italiana e terroristi islamici. L’espressione “vecchia Europa” fu usata in tono dispregiativo dai peggiori conservatori americani dell’amministrazione Bush ma forse si applica bene a quelli che la pensano come la Santanchè: oggi al Cairo piazza Tahrir era di nuovo piena per una manifestazione a favore del dialogo tra mussulmani e cristiani. Un segnale importante dopo i disordini a sfondo religioso dei giorni scorsi.

L’Europa non è solo vecchia e intollerante ma è anche ingiusta. E l’Italia è tra i paesi più ingiusti perché le disuguaglianze al suo interno sono cresciute, come ci racconta il libro di Maurizio Franzini “Ricchi e Poveri” di cui si trova un ampio stralcio sul Keynesiano. Continua a leggere

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