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Progressisti e moderati: alleanza o alternativa? Riflessioni dopo il voto.

Rossana Rossanda, foto tratta dal blog di Matteo Bartocci

«Dove una sinistra ha il coraggio di esistere e dichiararsi tale, può vincere». Ha perfettamente ragione Rossana Rossanda, commentando la vittoria di François Hollande: quella possibilità di vittoria, materializzatasi in Francia, esisterebbe anche nel nostro Paese, se la classe dirigente progressista italiana non fosse in buona parte prigioniera, ancor prima che dei propri limiti oggettivi, di una sorta di senso di inadeguatezza soggettivo che da oltre vent’anni la rende un’eccezione nel panorama europeo.

Nella patria di Machiavelli bisognerebbe aver imparato che cosa significa sapere approfittare della fortuna, delle circostanze favorevoli che si danno solo in certi frangenti storici – come quello che stiamo vivendo. Continua a leggere

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Cosa dicono le elezioni francesi all’Italia

Il primo turno delle presidenziali francesi di ieri ha mostrato due fatti importanti su cui riflettere: il successo di Hollande e della gauche in generale (mai un candidato socialista così in alto dal 1988) e l’avanzata di Marine Le Pen, candidata del Front National.

Sul primo elemento va detta una cosa da subito: attenzione a non cominciare a dire “facciamo come in Francia”. Uno schema, quello della riproposizione sic et simpliciter di modelli presi altrove, già visto in Italia sia con Jospin negli anni ‘90 che poi con Zapatero negli anni 2000. Tuttavia le presidenziali francesi sono molto importanti perché possono cambiare l’Europa e anche la politica italiana, perché ci dicono di come si può governare la crisi attuale e di come si può rispondere alla crisi di democrazia.
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Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro (e di crisi)? Alcune idee sul libro di Stefano Fassina

Il libro "il lavoro prima di tutto" di Stefano Fassina, dal sito dell'editore Donzelli

Del recente libro di Fassina, “Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti” (Donzelli, 2012, presentazione oggi a Roma alle 17,30) si è detto che costituisce “un tentativo di ripercorrere all’indietro la strada fatta dalla sinistra a partire dal 1989”. La critica, emersa nell’ambito di un dibattito sul quotidiano Europa, ci sembra infondata. Una risposta all’obiezione è stata data dallo stesso autore, ma vorremmo offrire qualche argomento per spiegare perché il giudizio ci sembra avventato (oltre che qualche spunto critico, ma costruttivo).

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Se non ora quando. Un anno dopo.

Un anno fa un gruppo di donne lanciò al paese un appello alla mobilitazione. Eravamo nel pieno di una crisi civile, politica e sociale, immersi in un sistema di potere che usava il corpo femminile come merce di scambio. Una marea di donne e uomini risposero a quell’appello e invasero le piazze italiane il 13 febbraio. Io ero tra quelle donne e ho partecipato gioiosa e incredula probabilmente alla più grande manifestazione della storia italiana. Continua a leggere

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Proposta: scegliamo le candidate e i candidati con i caucus

Una palestra scolastica. Qui si svolgono spesso i caucus in America. Foto tratta dal sito del comune di Caorle (Ve)

Dopo la bocciatura dei referendum da parte della Corte Costituzionale rimane aperta la questione di come vengono selezionati i membri del parlamento. Un tema tanto più importante quanto più grave si fa la crisi di fiducia popolare nelle istituzioni democratiche. Basti guardare a tale proposito i dati dell’ultimo rapporto Demos su “gli italiani e lo Stato”: tra tutti i corpi costituzionali, i partiti politici e il parlamento sono quelli che riscuotono meno fiducia – e fin qui poco di nuovo. La novità è la rapidità del crollo tra il 2010 ed il 2011: la percentuale di chi dichiara di avere fiducia nei partiti cade dal 7,7% al 3,9%, quella per il parlamento scende dal 13,4% all’8,9%. E’ certo il frutto delle campagne anti-casta basate sui costi della politica ma forse non è un caso se le stesse campagne siano iniziate nel 2006, il primo anno di entrata in vigore dell’attuale legge elettorale che ha creato il cosiddetto “parlamento dei nominati”. Mentre è difficile sperare che l’attuale legislatura modifichi il porcellum, si può invece ragionare su cosa possono fare a legislazione vigente i partiti – e nello specifico i partiti del centrosinistra – per scegliere i candidati in una maniera allo stesso tempo più partecipata e più credibile. La proposta che qui si vuole illustrare verte sull’introduzione dei caucus, vediamo di cosa si tratta e come si potrebbe realizzare qui in Italia.

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Come diminuiamo gli introiti dei parlamentari? Aumentandogli lo stipendio

Immagine tratta da assicurazioniprestiti.com

Basta demagogia sui costi della politica, da non confondere con quelli della democrazia.  Gli eletti in questo paese devono guadagnare di meno, in nome dell’austerity e per rispetto di noi poveri precari, casalinghe, disoccupati e pensionati? No. Anzi, la mia idea è che dobbiamo aumentarli lo stipendio tabellare di 1000 euro al mese. Ecco però a quali condizioni, una volta tanto non demagogiche e che forse – otre la propaganda – determinerebbero un qualche risparmio concreto e maggiore trasparenza.

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Transizione o Rottura?

Mario Monti, foto tratta da http://www.gadlerner.it

Silvio Berlusconi si è dimesso e Mario Monti si appresta a divenirne il successore. Si apre una fase nuova, incerta e diversa per molti aspetti da quanto accaduto nel resto del continente. In Portogallo, Spagna e Grecia le situazioni d’emergenza non preludono a ristrutturazioni profonde del quadro politico; nel nostro Paese, invece, è assai probabile che sia così. A Madrid e ad Atene, e prima a Lisbona, una politica debole e in crisi quanto si vuole “amministra” l’emergenza, nella maniera in cui è capace: attraverso l’indizione di nuove elezioni, magari precedute da un breve Esecutivo appoggiato lealmente da (quasi) tutti. In Italia noi stiamo vivendo, contemporaneamente, la gestione di una drammatica situazione eccezionale e un passaggio di regime, quell’agognata Transizione dal ventennio ad un incerto post-berlusconismo. L’intreccio e la sovrapposizione fra le due situazioni (gestione dell’emergenza e Transizione) rende tutto dannatamente complicato. Ed espone a rischi gravissimi proprio chi avrebbe dovuto beneficiarsi (c’era persino il conforto dei sondaggi) della fine del ventennio: noi, la sinistra. Continua a leggere

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Dieci idee contro la precarietà e la crisi

Nouriel Roubini, l'economista che ha previsto la crisi e che ora sostiene l'inscindibilità tra lotta alla disuguaglianza, sviluppo e legittimità democratica. Foto tratta da http://www.project-syndicate.org

La precarietà non è un destino, ma il frutto di processi economici e di scelte politiche. E non bisogna pensare che l’uscita dall’attuale crisi comporti inevitabilmente un’ulteriore compressione dei diritti e delle prospettive della parte più debole e più giovane della società. Bisogna far lavorare la testa, rifiutare le analisi preconfezionate, studiare molto e proporre tante alternative. Ecco perché è importante l’appuntamento del 19 e 20 novembre per la prima assemblea nazionale della rete anti-precarietà “Il nostro tempo è adesso”: qui l’ appello “fondativo” della scorsa primavera e qui invece la convocazione dell’assemblea. La cosa più importante che uscirà da questo appuntamento è il “decalogo” contro la precarietà: dieci proposte di politiche concrete per eliminare l’instabilità, che non è solo lavorativa ma che abbraccia più aspetti dell’esistenza. Continua a leggere

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Aggiornamenti da zingaropoli

immagine tratta da musicametal.blogosfere.it

Siamo al primo semestre della Giunta Pisapia e ci piacerebbe provare a fare un punto della situazione. Per questo mi faccio aiutare da Ivan Berni – giornalista politico ed economico, collaboratore di Repubblica, storico osservatore di cose milanesi –  ponendogli alcune domande e un esercizio: 10 temi da trattare in massimo dieci righe ciascuno. Continua a leggere

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E ora?

Foto di Enrico Sitta tratta da http://www.sociologico.it

In molte e in molti, dopo gli scontri di sabato pomeriggio, hanno pensato che questa fosse la fine del movimento italiano degli indignati. O addirittura la fine di tutti i movimenti di protesta schiacciati, come alla fine degli anni ’70, tra repressione e violenza. Si rischia però di vedere le cose di oggi con le lenti di ieri, senza rendersi conto che siamo ad uno snodo ancora più decisivo rispetto a 30 anni fa, nel quale mollare sarebbe fatale. Vediamo da dove si può ripartire analizzando due elementi in particolare che ci aiuteranno a trarre alcune conclusioni e a fare una proposta: il primo elemento ha a che fare con il movimento stesso, il secondo con l’atteggiamento del governo. Continua a leggere

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