
Roberto Calderoli, autore della legge elettorale attualmente in vigore. Foto tratta da voceditalia.it
I fatti politici invecchiano in un lampo e tener loro dietro, tentando di rifletterci su, sembra ormai un esercizio impossibile. Secondo alcuni, probabilmente anche inutile. Ma di “istantaneismo” (passate l’improbabile neologismo di mio conio) la politica muore, sostituita da un surrogato fatto di chiacchiera e piccolo cabotaggio opportunistico. Per questo serve, a mio parere, tornare sulla decisione della Corte costituzionale dello scorso giovedi 12 gennaio sul referendum elettorale e provare a trarne qualche lezione, soffermandosi brevemente anche sulle reazioni che ha suscitato. Partiamo proprio da queste ultime.
Immancabile classico della politica italiana dell’ultimo triste ventennio, ecco riemergere con forza uno dei dibattiti più “appassionanti” per il centrosinistra: quello sulla legge elettorale. I bipolaristi fautori del ritorno all’uninominale maggioritario (si veda Veltroni su Repubblica del 9 luglio) insistono sulla necessità di compiere quella che comunemente definiscono come transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Transizione, cioè, da un sistema politico “dominato dai partiti”, quale sarebbe stato quello che abbiamo vissuto fino al ’92, ad uno nel quale siano i cittadini a “possedere lo scettro”, avendo il potere di determinare le maggioranze di governo, la cui composizione verrebbe sottratta al capriccio dei partiti stessi. Ma siamo sicuri che questa rappresentazione non sia fallace? No, non lo siamo affatto.
I referendum del 12 e 13 giugno hanno raggiunto il quorum dopo 15 anni che questo non accadeva. Ha contato certamente la fase politica, la percezione della fine di un ciclo elettorale fin qui caratterizzato dalla vittoria della coalizione berlusconiana. Il momento, nonostante le preoccupazioni per il mancato accorpamento del voto, non poteva essere migliore per mobilitare il senso di rivalsa dell’elettorato di opposizione galvanizzato dalle amministrative. L’impatto emotivo dell’incidente di Fukushima e del pericolo della “privatizzazione dell’acqua” sono stati ovviamente determinati. C’è chi si è spinto fino ad annunciare un ruolo finalmente incisivo di internet e della mobilitazione a rete.

Questi referendum del 12 e 13 giugno non finiscono di stupirci per la potenziale capacità che esprimono, anche implicitamente, di rivelarsi uno strumento utile ad indicare il profilo di un paese migliore. Un paio di giorni fa ho partecipato quasi per caso ad un dibattito pubblico sulla privatizzazione dell’Ama presso la festa di Sinistra Ecologia e Libertà a Caracalla.
Domenica e lunedì si vota per i referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento. Domenica scorsa, in un’intervista all’Unità, il presidente della Toscana Enrico Rossi (
Il katechon è una figura teologica antica che la fede cristiana e il pensiero teologico-politico