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Una guida critica alla riforma del mercato del lavoro

Il ministro Elsa Fornero, foto tratta da http://www.adnkronos.com

E’ arrivata.

La riforma del lavoro ha raggiunto una forma, pare, definitiva, approvata dal Consiglio dei Ministri. Curioso che questa forma si presenti come relazione del Ministro del Welfare e non come vero e proprio documento licenziato dall’Esecutivo.

È assai discutibile che, a tavolo con le parti sociali concluso e approvazione da parte del CdM avvenuta, ancora non sia stato reso noto un testo ufficiale  e definitivo. Si tratta di una opacità di non poco conto: sia per questioni estremamente concrete (nei tecnicismi delle formulazioni risiedono ricadute molto incisive sulla vita materiale di tutte e tutti coloro cui la riforma si rivolge), sia per ragioni di trasparenza e democrazia nel dibattito pubblico. Impossibile non notare, infatti, che l’assenza di testi definitivi si accompagni a dichiarazioni da parte del ministro Fornero sostanzialmente contraddittorie con i documenti circolati. Tanto da indurre nei più smaliziati il sospetto di una deliberata strategia di mistificazione. Queste mistificazioni si avviluppano in via preferenziale intorno al tema della precarietà (Non solo sulla precarietà tuttavia. Di questi giorni è la vulgata su una presunta estensione dell’art.18 per licenziamenti discriminatori smascherata qui efficacemente da Umberto Romagnoli), terreno prediletto della retorica governativa, sul quale sono state sbandierate rivoluzioni che non è dato oggi rilevare e dove, invece, emergono contraddizioni non da poco. Vediamo perché. Continua a leggere

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Sette domande polemiche sulla riforma del mercato del lavoro

Foto tratta da antonioconsoli.wordpress.com

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro va avanti. La scorsa settimana sul Corriere della Sera un gruppo di ventenni ha scritto al presidente Monti concordando con le sue proposte volte, secondo loro, a “tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci” e quindi incoraggiandolo a procedere alla riforma dell’articolo 18 “senza tabù” come oramai dicono in molti. Gli hanno risposto altri giovani, quelli del comitato “Il nostro tempo è adesso”, ponendo 10 domande concrete e contestando la separazione tra “garantiti” e precari.

Per capirci meglio sugli obiettivi e sulle possibili conseguenze della riforma del mercato del lavoro e sul suo impatto sull’economia vale la pena porsi 7 questioni, che qui scriviamo volutamente in forma brutale e polemica per suscitare una discussione la più possibile concreta e sincera.

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Un pink new deal

L’ultimo numero della rivista Leggendaria contiene un prezioso supplemento, curato dal webmagazine ingenere, dal titolo suggestivo Per un pink new deal. A Roma se ne discuterà il 22 febbraio a Palazzo incontroIn tempi di politica debole e di delega ai tecnici ci vengono offerte 35 pagine di riflessioni e proposte che rilanciano la politica delle donne aggredendo il nodo della crisi economica e sociale che stiamo attraversando. Possiamo leggervi un’indicazione di scelte che mettono al centro la questione della crescita affrontando il nodo di quale crescita e come. Interrogativo che sottopone a dura critica le azioni proposte, e imposte ai paesi europei, dal discorso dominante nell’Unione europea e avanza l’ipotesi di politiche economiche “generali” segnate dallo sguardo di genere. Da qui il provocatorio “pink”. Continua a leggere

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La Grecia non è sola

Si può fare qualcosa per le Grecia? Ce ne importa, e se sì, perché? Atene sembra sola e senza poter sperare nell’aiuto degli altri: deve solo trangugiare l’ultima dose dell’unica medicina possibile e necessaria. Una cura che, in dosi e somministrazioni diverse, è stata fornita anche ad altri paesi europei tra cui in parte anche il nostro. Ecco perché ci deve interessare quello che succede lì, oltre alle più ovvie ragioni di solidarietà umana. Ed ecco perché è necessario ancora una volta riflettere sulla “cura” che si sta somministrando all’Europa e sulle alternative possibili.

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Una manovra contro le donne

Tra le tante ingiustizie della manovra già approvata al Senato, colpisce il tratto misogino. Viene da pensare a una vera e propria vendetta nei confronti delle mobilitazioni di quest’anno. Se non ora quando, movimento, che ha fatto parlare di sé in tutto il mondo e che così tanto ha inciso nella crisi di consensi di questa maggioranza, ha avuto al centro della sua mobilitazione la necessità di una riforma del welfare e della nostra economia. Questa finanziaria si muove in direzione contraria e l’opposizione politica e sociale farebbe bene a dirlo di più. Continua a leggere

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Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

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Parlare di Afghanistan (in Germania) e le guerre degli europei

Il Presidente della Repubblica tedesco non è una carica che ha l’importanza del corrispettivo italiano o, per meglio dire, che quest’ultimo è venuto assumendo da una quindicina d’anni a questa parte. In Germania, Costituzione formale e materiale, per questo aspetto, si assomigliano ancora molto. Le dimissioni di Horst Köhler, Bundespräsident in carica, improvvisamente rassegnate lo scorso lunedi, pertanto, non sono un fatto che sconvolge delicati equilibri politici o turba l’ordinato svolgersi della vita istituzionale del paese – come sarebbero, horribile dictu, quelle di Giorgio Napolitano per noi. Potremmo quindi ampiamente sorvolare su un fatto tutto sommato minore, o forse spendere qualche parola sulla possibilità che a succedere a Köhler potrebbe essere l’attuale ministra del lavoro Ursula von der Leyen, il che configurerebbe l’inedita – e dall’alto valore simbolico – situazione di due donne ai vertici dello Stato: Cancelliera e Presidente. No, vogliamo invece soffermarci su questa vicenda perché è di grande interesse, a nostro parere, ricostruire i motivi per cui tali dimissioni si sono prodotte. Motivi che portano in Afghanistan. Continua a leggere

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