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Dopo il 2013

 

1717-7 Italia 2013_CY_cop:CRSInfine anche il 2013 sta passando, l’anno che ha dato il nome al nostro blog termina e mentirei se dicessi che lo avevamo immaginato così. Non era questo l’esito che avremmo voluto e continuo a pensare che avrebbe potuto essere diverso se solo il centrosinistra avesse giocato meglio le sue carte. Ma di questo abbiamo già detto nei difficili giorni che dalla sconfitta elettorale hanno visto susseguirsi dell’impossibilità di formare un governo e di eleggere un Presidente che rappresentassero la domanda di cambiamento espressasi nelle urne. Le elezioni di febbraio hanno terremotato la geografia politica del paese, ma il sistema ha risposto con la grande glaciazione. Continua a leggere

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Lavorare stanca. Sulle “riforme” delle pensioni

dgb-logo-4c-cmyk-ohne-schattenFra le «riforme» di stampo neoliberista, l’innalzamento dell’età pensionabile è una di quelle che non mancano mai. Non c’è «raccomandazione» della troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione europea che non contempli una revisione del sistema di previdenza «per adeguarlo ai cambiamenti demografici», rendendolo «sostenibile nel lungo periodo». Una ricetta che vale sempre, per qualunque Paese: dal Portogallo alla Grecia, passando naturalmente anche per l’Italia. (Sul blog ne parlammo già qua).
Ne sa qualcosa il governo socialista francese, che sino ad ora si è rifiutato di applicare gli insistenti «suggerimenti» che arrivano da Bruxelles, tenendo duro nella difesa dei diritti acquisiti dai lavoratori transalpini. Difficile ipotizzare quanto la resistenza di François Hollande possa durare, soprattutto se alle elezioni tedesche di settembre l’attuale maggioranza di centro-destra guidata da Angela Merkel dovesse risultare confermata. Come appare, purtroppo, probabile.
La Germania, infatti, è stata pioniera nella «riforma» pensionistica e, come su tutto il resto, detta la linea. Nel 2007, la Grosse Koalition formata da democristiani (Cdu) e socialdemocratici (Spd) stabilì che i cittadini tedeschi hanno diritto a ritirarsi dal lavoro a 67 anni, e non più a 65 come era in precedenza. Una legge che venne duramente osteggiata dalla confederazione sindacale unitaria (Dgb) e che costò una grave perdita di consenso alla Spd alle successive elezioni del 2009.
A poco meno di tre mesi dal ritorno alle urne, il sindacato fa sentire nuovamente la propria voce. O meglio, dà voce ai lavoratori attraverso un’indagine statistica, condotta su un campione di 5mila persone. Dai risultati dello studio, resi noti da pochi giorni, risulta che la maggioranza di chi oggi ha un impiego non crede di poter resistere in buona salute lavorando sino ai 67 anni. Naturalmente, contano le differenze di comparto: fra scienziati e tecnici di laboratorio, il 65% pensa di potercela fare fino all’età legalmente prevista, mentre nel settore della cura alle persone sono solo il 20% a ritenerlo possibile. Percentuali molto basse si trovano anche fra i metalmeccanici e gli edili.
Alla luce di simili dati, il sindacato tedesco chiede al governo – ma, di fatto, parla ai partiti in campagna elettorale – di impegnarsi per «migliorare con urgenza le condizioni di lavoro» e di tornare alle norme sull’età pensionabile valide prima della riforma del 2007. Già il traguardo dei 65 anni, sottolinea la Dgb, risulta essere, in molti casi, difficile da raggiungere restando in buona salute psico-fisica. Nelle tesi del sindacato tedesco non c’è, dunque, nulla di rivoluzionario: la coalizione di centro-destra che sostiene la Cancelliera Merkel, tuttavia, non ne vuole sentire.
A sinistra l’attenzione al tema è più alta. I social-comunisti della Linke, da sempre ostili alle «riforme» che significano tagli alle prestazioni sociali, vedono nei risultati dell’inchiesta della Dgb una conferma delle proprie idee. Come alternativa alle norme vigenti propongono un sistema di accesso alle pensioni che sia flessibile, calibrato su bisogni diversi. E che consenta a chi ha lavorato 40 anni di potersi ritirare al compimento dei 60. Favorevoli ad un sistema più flessibile anche i Verdi, che però ritengono si debba mantenere l’innalzamento a 67 anni. La Spd, dopo aver votato la «riforma» contestata ed essere incorsa nella peggior débâcle elettorale della sua storia, ha fatto mea culpa: ora propone che i lavoratori con 45 anni di attività possano andare in pensione a 63 anni.

Jacopo Rosatelli

(articolo pubblicato su il Manifesto del 27/6/2013)

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La mafia è cresciuta, l’Italia no. Quanto pesa l’economia mafiosa sul sottosviluppo italiano..

immagine tratta dal blog di Gianni Allegra, gianniallegra.blogspot.com

Oggi sono 20 anni dall’omicidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della loro scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Lasciamo ad altri, più titolati di noi in tal senso, il ricordo delle vittime e la ricostruzione del loro contributo alla lotta alla mafia. Parliamo invece di un aspetto della criminalità organizzata che il pool di Palermo, forse per primo, mise in luce: la penetrazione dell’economia legale, la cosiddetta “mafia dei colletti bianchi” che proprio dalla fine della strategia stragista degli anni ’90 diventò ancora più rilevante. Oggi ci sono dei dati che ci aiutano a capire l’entità del fenomeno e i danni che procura non solo all’economia ma anche alla democrazia di questo Paese.

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Riforma del lavoro: ci basta?

Pubblichiamo un testo postato in contemporanea da Giovanna Cosenza, Ingenere, Ipaziaè(v)viva , Marina Terragni , Lorella Zanardo, Loredana Lipperini, Femminile Plurale e una serie di altri blog. Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità. Continua a leggere

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Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro (e di crisi)? Alcune idee sul libro di Stefano Fassina

Il libro "il lavoro prima di tutto" di Stefano Fassina, dal sito dell'editore Donzelli

Del recente libro di Fassina, “Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti” (Donzelli, 2012, presentazione oggi a Roma alle 17,30) si è detto che costituisce “un tentativo di ripercorrere all’indietro la strada fatta dalla sinistra a partire dal 1989”. La critica, emersa nell’ambito di un dibattito sul quotidiano Europa, ci sembra infondata. Una risposta all’obiezione è stata data dallo stesso autore, ma vorremmo offrire qualche argomento per spiegare perché il giudizio ci sembra avventato (oltre che qualche spunto critico, ma costruttivo).

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Una guida critica alla riforma del mercato del lavoro

Il ministro Elsa Fornero, foto tratta da http://www.adnkronos.com

E’ arrivata.

La riforma del lavoro ha raggiunto una forma, pare, definitiva, approvata dal Consiglio dei Ministri. Curioso che questa forma si presenti come relazione del Ministro del Welfare e non come vero e proprio documento licenziato dall’Esecutivo.

È assai discutibile che, a tavolo con le parti sociali concluso e approvazione da parte del CdM avvenuta, ancora non sia stato reso noto un testo ufficiale  e definitivo. Si tratta di una opacità di non poco conto: sia per questioni estremamente concrete (nei tecnicismi delle formulazioni risiedono ricadute molto incisive sulla vita materiale di tutte e tutti coloro cui la riforma si rivolge), sia per ragioni di trasparenza e democrazia nel dibattito pubblico. Impossibile non notare, infatti, che l’assenza di testi definitivi si accompagni a dichiarazioni da parte del ministro Fornero sostanzialmente contraddittorie con i documenti circolati. Tanto da indurre nei più smaliziati il sospetto di una deliberata strategia di mistificazione. Queste mistificazioni si avviluppano in via preferenziale intorno al tema della precarietà (Non solo sulla precarietà tuttavia. Di questi giorni è la vulgata su una presunta estensione dell’art.18 per licenziamenti discriminatori smascherata qui efficacemente da Umberto Romagnoli), terreno prediletto della retorica governativa, sul quale sono state sbandierate rivoluzioni che non è dato oggi rilevare e dove, invece, emergono contraddizioni non da poco. Vediamo perché. Continua a leggere

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Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

Il primo ministro conservatore spagnolo Mariano Rajoy. Foto tratta dal sito del Globe and Mail.

Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. Continua a leggere

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