Primarie ma anche idee nuove. Le lezione di Como, l’ex “Mugello del centrodestra”

Il nuovo sindaco di Como, dal sito delle primarie. http://primarie.como.it

«Non c’è vento favorevole per chi non sa in che porto vuole andare», con questa citazione di Seneca Bruno Magatti della lista Paco-SEL commentava il risultato, obbiettivamente eccezionale, delle elezioni comasche. Questa frase rappresenta il senso delle amministrative comasche, un ribaltamento assoluto in una città governata da 20 anni dal centrodestra, in cui l’ultima (ed unica) giunta del centro-sinistra (durata pochi mesi) era quella guidata dall’onorevole Renzo Pigni, ex Psiup. Parliamo dell’inizio degli anni ’80, praticamente un’era geologica fa.

La citazione di Seneca con cui abbiamo aperto la nostra riflessione esprime un concetto importante, una lezione che non vale solo per un’impresa “impossibile”, come quella lariana, ma è utile anche in chiave nazionale e regionale meritando una riflessione oltre i commenti a caldo.

Il risultato comasco è noto, al primo turno, in una situazione di estremo frazionamento con ben 16 candidati sindaco (molti dei quali di destra), Mario Lucini (centrosinistra) si impose con il 35,5% dei voti contro Laura Bordoli (Pdl) ferma al 13,2% (Fi ed An alle elezioni precedenti si attestarono sul 43%); al secondo turno il centro sinistra stravince nella “Mugello del centrodestra” con un risultato, 74,86% a 25,13%, inequivocabile, il Pdl non è andato così male in nessuna delle amministrazioni in cui si votava per i ballottaggi e questo risultato accadeva in una delle sue roccaforti più significative.

Come è stato possibile tutto ciò? Sicuramente va tenuto conto il “suicidio perfetto” del Pdl lariano, le faide intestine che hanno diviso il partito, le primarie fallite, lo scioglimento dell’alleanza con la Lega, l’emergere di liste civiche di centrodestra antiberlusconiane ed ostili alla storia stessa del Pdl, ma attrattive per parte del suo elettorato ecc. ecc. Sicuramente va ricordato il dato record dell’astensionismo: al secondo turno ha votato solo il 42,73% degli aventi diritto, in pratica 6 comaschi su 10 non hanno votato, facendo per la prima volta emergere un consapevole e dichiarato astensionismo di centrodestra.

Ma non sono questi i dati su cui ci soffermeremo maggiormente, né sono quelli a nostro avviso più determinanti. Determinante è invece il percorso che ha portata a questo “cappotto” e che sta dentro e al di là dei semplici numeri. Sia per comprendere la vittoria del centrosinistra sia per comprendere la sconfitta del Pdl.

Innanzi tutto ripercorriamo la strada che ha portato alla vittoria di Lucini.

Comincia con delle primarie vere, in cui concorsero ben 4 candidati, 2 di area Pd (Lucini e Marcello Iantorno, il primo appoggiato dalla maggioranza del partito) e due alla e della sinistra del Pd (Gisella Introzzi e Magatti), fu un percorso in cui si discusse pacatamente del futuro della città, si parlò pochissimo per slogan e correnti, e garantì una più che discreta partecipazione (votarono ben 3.552 cittadini in un comune di 84.000 abitanti). Queste primarie si conclusero con la vittoria del moderato, rassicurante e competente candidato del Pd (consigliere di minoranza dal 2002 e poi capogruppo) appoggiato immediatamente da tutti gli altri. Erano primarie vere e non c’era alcun candidato con la vittoria in tasca in partenza, furono anzi capaci di entusiasmare la “base”, che aveva la possibilità di contare davvero.

In questo percorso è stato possibile ricompattare una coalizione nel centrosinistra lariano, tradizionalmente litigioso e sparpagliato, suscitare energie nuove, recuperare tutti i vecchi percorsi programmatici dell’eterna opposizione cittadina, discutere dei problemi concreti e far incontrare politica, persone e società. Insomma non c’era stata l’ansia di “vincere a tutti i costi”, ma un percorso, vario e sfaccettato, per giungere ad un programma serio e condiviso.

Questo percorso strategico impone una riflessione importante, sopratutto nei confronti del Pd che delle primarie “vere” a livello nazionale sembra avere sempre più paura. Non è affatto vero che il candidato “del Pd” è obbligato a perdere, è invece vero che il candidato vincente deve essere, realmente, stimato e considerato all’interno del suo elettorato, per esempio Lucini era un ex della Margherita, moderato, ma anche estremamente rispettato e che ha sempre avuto la capacità di tenere aperto un dialogo anche con chi proviene da percorsi completamente diversi, si pensi al gruppo No paratie, cosa che non si può dire di altre candidati, anche vincenti, di primarie “fallite” (Napoli ad esempio). Questo farebbe bene a ricordarselo un partito che vuole avere la leadership automatica a livello nazionale, timoroso di portare acqua a un vincitore delle primarie proveniente dalla società civile o a Vendola, e desideroso invece di ricevere un appoggio “gratuito” perché, come ricordava Letta, «il Pd è pietra angolare di ogni coalizione». Dipende forse anche dalle primarie aperte e democratiche se a Como il candidato del M5S non supera il 4,86%? Oppure questo dipende anche dal fatto che queste primarie sono state l’occasione per discutere di programmi e di futuro invece che di alleanze?

Si è ricreato il modello della “foto di Vasto”, non senza polemiche locali, con la formazione di una maggioranza relativamente omogenea.

Una forte lista civica di centro (Per Como arrivata al 5,33% e simile, nel microcosmo comasco, ad una sorta di “terzo polo” però più pencolante verso il centrosinistra) non ha voluto apparentarsi, così come la lista della Federazione della sinistra. Quest’ultima, il cui candidato sindaco era uno dei più battaglieri e stimabili consiglieri comunali d’opposizione uscenti, purtroppo non riconfermato, è stata a guardare durante le primarie, pur con qualche cenno d’intesa con uno dei candidati, per poi correre da sola accusando di anticomunismo la coalizione di centrosinistra, arrivando poi a dare indicazioni di votare la lista per arrivare al 3% per entrare in Consiglio e non il candidato sindaco.

Né la campagna elettorale del primo turno, né la fase successiva (nessun apparentamento) sono state giocate su alchimie politiciste o giochi di corridoio, si è parlato della città dei suoi problemi (innumerevoli) delle scelte future, di cose concrete, semplici al limite persino un po’ noiose, come l’asfalto sulle strade.

Semmai in questo si è potuto sfruttare la crisi del Pdl, che usciva da un ventennio di malgoverno, in cui particolarmente l’ultimo decennio era stato contraddistinto da una gestione personalistica, arrogante ed incompetente del potere, per giochi di potere l’ultima intera Giunta Bruni è cambiata quasi completamente dall’inizio alla fine del mandato. Erano poi evidentissimi alcuni fallimenti clamorosi sulle “grandi opere” e sui problemi mai risolti delle aree industriali dismesse all’inizio degli anni ‘80. Era facile parlare di città “bloccata” e di cattiva amministrazione.

Insomma il Pd lariano ha inequivocabilmente vinto le elezioni comasche anche perché non sta facendo quello che fa il Pd nazionale. Inoltre qui ha potuto presentarsi come “il nuovo”, proprio perché, anche se i suoi uomini di punta erano in politica da decenni, proveniva da una lunga storia di opposizione, non aveva responsabilità nella drammatica situazione in cui si trova la città e contemporaneamente dimostrava di avere una narrazione sul come uscire da questa situazione.

La crisi politica del centrodestra comasco è stata necessaria, ma non sufficiente per permettere la vittoria di Lucini; il Pdl non ha perso perché l’alleanza con la Lega è crollata a livello nazionale con l’appoggio a Monti, né perché le primarie del Pdl (uno dei primi casi in Italia) hanno comportato la rottura tra i due partecipanti e l’espulsione dal partito del “liberal” Sergio Gaddi (candidatosi a sindaco e giunto 4° con il 8,3%, nella lista Forza Cambia Como che, come molte altre in Lombardia, si propone di tornare alla Forza Italia delle origini).

La crisi politica del centrodestra comasco, con interessanti ricadute a livello regionale e non solo, deriva anche e sopratutto dal fallimento politico del progetto e della narrazione berlusconiana e dal fallimento di un blocco di potere lombardo, basato sull’alleanza tra i ciellini (legatissimi a Formigoni erano sia l’ex sindaco che la candidata del Pdl a questa tornata) e gli ex An.  Un blocco di potere che ha soffocato tutto il resto, sopratutto per l’avidità di Cl nell’occupare tutti i posti di potere e nell’egemonizzare aggressivamente i fondi pubblici al Terzo settore. Nemmeno l’ingresso in lista di elementi di estrema destra, come il popolare Silvano Bussetti ex candidato dell’MSI, è servito a far allargare i consensi verso un partito ormai percepito come scandalosamente inadeguato dalla sua stessa base elettorale.

Anzi sono state le stesse organizzazioni tradizionali “di destra” del consenso cittadino (Confcomercio, Confartigianato, Confindustria, Vescovato ecc. ecc.) a trovare limitato ed insoddisfacente il programma del Pdl, non si sono certo convertiti in sostenitore del centrosinistra, ma hanno smesso di accordare una fiducia al Pdl equivalente alla carta bianca. Anzi al secondo turno alcuni rappresentanti delle categorie si sono affrettati a passare sul carro del vincitore. Anche per questi motivi il Pdl lombardo è stato dilaniato da queste elezioni e si avvia a un gioco incrociato di scarica barile e rese dei conti, con accuse al vetriolo scambiate tra i big del partito, dimissioni annunciate, ritirate, ripetute mentre la barca affonda.

A Como il crollo del centrodestra ha già visto l’emergere di forze in grado di riempire, parzialmente e potenzialmente, il vuoto, per esempio la destra anti berlusconiana rappresentata da Rapinese (3° classificato alle elezioni con due liste civiche, e giunto al 9,83%), un fenomeno nuovo e legato all’emergere di numerose altre liste civiche di centro o di destra che non hanno raggiunto individualmente percentuali interessanti, ma complessivamente rappresentano un altro 7%.

La capacità del centrosinistra di immaginare un porto d’arrivo e un programma condiviso a permesso a Lucini di vincere le elezioni anche in presenza di questi soggetti, anzi di riuscire a recuperare, nel secondo turno, una parte dell’elettorato di centrodestra insoddisfatto e disgustato. Infatti Gaddi ha fatto campagna per l’astensione piuttosto che permettere ai suoi ex compagni di partito (ciellini e post-fascisti) di governare ancora la città, mentre diversi leghisti annullavano la scheda e Rapinese avrebbe addirittura votato personalmente per Lucini (turandosi il naso). Ma sopratutto l’elettorato di centrodestra ha trovato nel centrosinistra un programma e un’alternativa di governo, forse insufficiente per molti che non sono andati a votare, ma comunque capace di convincerne che la fine del Pdl non solo non avrebbe portato i cosacchi in Duomo, ma forse avrebbe anche contribuito a risolvere alcune situazioni incancrenite.

Anche per questo l’imbarazzante campagna propagandistica messa in campo nelle ultime settimane dal Pdl, e pedissequamente copiata dall’altrettanto fallimentare campagna della Moratti contro il Pisapia della “zingaropoli” e delle moschee non ha avuto alcun successo. La forza della ragionevolezza programmatica ha avuto ragione, una volta tanto o forse una volta di più, delle campagne elettorali basate sulla “paura”; paure che per altro, vista la moderazione di Lucini, erano piuttosto fantascientifiche visto che difficilmente avremo un centro sociale, una moschea e un campo rom in ogni quartiere. Importante è stato in questo caso la reazione del centro sinistra lariano, anche qui simile a quello milanese, ironia, web 2.0 e nessuna tentazione di rincorrere il centrodestra sui suoi temi programmatici. Lucini non si è messo a scimmiottare il leghismo parlando di sicurezza e di repressione, ma ha insistito sulla vivibilità della città, sull’asfaltatura delle strade (in cui Como somiglia a Kabul), sul bilancio, sul rilancio del turismo dopo lo scandalo paratie, sulla gestione dei rifiuti, sulla cultura, sull’implementazione dei servizi sociali, e, sottovoce, su quanto costano i super-manager comunali, che poi tutti in città sanno assunti tra i supporter di alcune correnti del Pdl (e che oggi, tra prepensionamenti e mancati rinnovi dei contratti sono tutti a rischio); ovvero ha proseguito sui temi forti e caratterizzanti della sua campagna elettorale e la sua personale storia politica, lasciando spazio ai suoi alleati per fare lo stesso valorizzando le differenze e le attitudini.

Tutto ciò ha portato a una sconfitta berlusconiana, un 3 a 1 assolutamente inaspettato e ben superiore a quanto il semplice fallimento del centrodestra lasciava supporre. Un segnale importante dall’estrema provincia italiana, anche perché occorre ricordare che l’Italia non è una nazione di poche grandi città, ma un arcipelago di medie provincie e sono le dinamiche delle provincie a determinare vittorie e sconfitte a livello nazionale (Intanto noi, per la prima volta in vita nostra, siamo maggioranza nella nostra città e ci godiamo la sensazione).

(Michele Donegana e Valerio Peverelli)

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