La mafia è cresciuta, l’Italia no. Quanto pesa l’economia mafiosa sul sottosviluppo italiano..

immagine tratta dal blog di Gianni Allegra, gianniallegra.blogspot.com

Oggi sono 20 anni dall’omicidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della loro scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Lasciamo ad altri, più titolati di noi in tal senso, il ricordo delle vittime e la ricostruzione del loro contributo alla lotta alla mafia. Parliamo invece di un aspetto della criminalità organizzata che il pool di Palermo, forse per primo, mise in luce: la penetrazione dell’economia legale, la cosiddetta “mafia dei colletti bianchi” che proprio dalla fine della strategia stragista degli anni ’90 diventò ancora più rilevante. Oggi ci sono dei dati che ci aiutano a capire l’entità del fenomeno e i danni che procura non solo all’economia ma anche alla democrazia di questo Paese.

1. Il quotidiano il Manifesto, qualche giorno fa, ci informava che un’indagine della Banca d’Italia aveva calcolato il peso dell’economia “inosservata” nel 31,1% del PIL nel 2008, 3 punti in più rispetto al 2005. Erano i primi effetti della crisi, iniziata già nel 2007. All’interno della categoria dell’economia “inosservata” c’è quella semplicemente “sommersa”, cioè nascosta al fisco, il cui peso sul PIL è aumentato tra il 2005 ed il 2008 del 3,5% ma c’è anche quella “illegale” vera e propria che è cresciuta del 3% come peso sulla ricchezza nazionale. Un Paese sempre meno produttivo, quindi, è diventato anche una nazione più sommersa e illegale. Una coincidenza che non deve sfuggirci.

2. Un altro studio della Banca d’Italia (qui la sintesi in italiano e qui il paper vero e proprio in inglese) prova a calcolare il danno economico su alcune parti del Paese causato dalla penetrazione mafiosa. La sintesi estrema dell’autore Paolo Pinotto è questa: “Il lavoro stima gli effetti economici della criminalità organizzata confrontando lo sviluppo economico di Puglia e Basilicata, che hanno subito la presenza mafiosa a partire dagli anni ’70, con quello di un campione di regioni meno influenzate da tale presenza. I risultati suggeriscono che l’avvento della criminalità organizzata coincide con il passaggio da un sentiero di crescita elevata a uno inferiore. L’effetto è dovuto principalmente alla sostituzione di investimenti privati con capitale pubblico a minore produttività.” Il paper conclude che l’avvento su larga scala delle organizzazioni criminali in queste due regioni ha provocato una contrazione del PIL pro-capite del 16% rispetto alle regioni con caratteristiche economiche considerate simili ma con meno incidenza delle organizzazioni criminali. Questa incidenza è misurata dall’autore con il numero di casi di articolo 416bis (il reato di associazione mafiosa) riportati all’autorità giudiziaria.

3. Si può ovviamente discutere sulla validità di questi calcoli: non è certo facile misurare un fenomeno visibile sì, ma che fa di tutto per mascherarsi e confondersi con l’ambiente circostante. E tuttavia ci dicono finalmente con dei numeri quello che abbiamo potuto osservare fin dall’inizio della crisi: che alla contrazione del credito “legale” delle banche è corrisposto un aumento del peso di quello “illegale” di organizzazioni criminali che hanno a disposizione, anche grazie al racket e alle estorsioni, un significativo flusso di cassa; che questo credito mafioso si è tramutato in penetrazione mafiosa dell’economia; che questa penetrazione, già pesante prima, è stato un forte freno allo sviluppo.

4. Mentre le mafie avanzavano, il Paese si fermava. Ce lo ha detto l’Istat ieri: si bloccavano i salari, la produttività calava dell’1,2% annuo nell’ultimo decennio, aumentava la precarietà (e questi due elementi sono in relazione, come dimostrano alcune recenti ricerche), crollavano gli investimenti. Un Paese con più economia mafiosa era un Paese più povero ma anche con molti meno diritti e maggiori disuguaglianze. Il circolo è vizioso: maggiori le ingiustizie e minori i diritti garantiti universalmente a tutti i cittadini, più grande il ruolo della politica clientelare e dell’economia mafiosa. Maggiore quest’ultima, poi, peggiore la qualità delle politiche e della spesa pubblica: o ancora vogliamo chiamare “sprechi” quello che succede nei sistemi sanitari siciliano, campano e  (non chiudiamo gli occhi di fronte alle recenti inchieste) lombardo?

5. La mafia non è uno dei tanti temi da affrontare dopo che si risolta la crisi economica. Lo scrivemmo già qui, negli appunti di politica economica che pubblicammo ad ottobre: “La questione della criminalità organizzata e quella della corruzione non vanno perciò viste come “altro” dalla politica economica, ne sono una parte strutturale. C’è un forte legame tra la lotta alla speculazione finanziaria e ai paradisi fiscali e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nell’economia così come la politica del credito non riguarda solo “il sostegno alle imprese” ma è un potenziale attacco ad una delle fonti principali di finanziamento e riciclaggio delle mafie.” Ci sono delle cose che si possono fare da subito: “si pensi al divieto di scudare anonimamente i capitali che rientrano in Italia oppure alla necessità di invertire l’onere della prova per cui cade la presunzione di innocenza per chi non sa spiegare da dove provengono i propri soldi.”

E poi, ovviamente, non lasciare da solo chi combatte contro le ingiustizie economie e le organizzazioni criminali che come abbiamo provato a spiegare qui, sono due facce della stessa medaglia. Ecco perché va letto con attenzione l’appello delle studentesse e degli studenti di Brindisi per sabato prossimo: “Dobbiamo scendere in piazza non solo per semplice solidarietà, ma perché tutta l’Italia non deve dimenticare quello che è successo, che vive dentro un contesto sociale caratterizzato da una cultura violenta e individualista, dall’assenza di politiche di tutela del territorio, dai tagli alla scuola, dalla precarietà dilagante che attanaglia le vite e il futuro della nostra generazione.”

(Mattia Toaldo)

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