Progressisti e moderati: alleanza o alternativa? Riflessioni dopo il voto.

Rossana Rossanda, foto tratta dal blog di Matteo Bartocci

«Dove una sinistra ha il coraggio di esistere e dichiararsi tale, può vincere». Ha perfettamente ragione Rossana Rossanda, commentando la vittoria di François Hollande: quella possibilità di vittoria, materializzatasi in Francia, esisterebbe anche nel nostro Paese, se la classe dirigente progressista italiana non fosse in buona parte prigioniera, ancor prima che dei propri limiti oggettivi, di una sorta di senso di inadeguatezza soggettivo che da oltre vent’anni la rende un’eccezione nel panorama europeo.

Nella patria di Machiavelli bisognerebbe aver imparato che cosa significa sapere approfittare della fortuna, delle circostanze favorevoli che si danno solo in certi frangenti storici – come quello che stiamo vivendo. Il centrodestra “storico” berlusconian-leghista è in ritirata, il nuovo polo di Casini e Fini non dà segnali di particolare vitalità, lo scontento si dirige verso una forza anomala ma non certo “di destra” come il movimento Cinque stelle: le condizioni per una svolta politica verso sinistra ci sarebbero tutte, a volerle e saperle sfruttare. Sia chiaro: l’Italia non era irrimediabilmente di destra prima, così come non è certo diventata di sinistra adesso. Ciò che conta (lo abbiamo scritto più volte) è quale coerente “offerta politica” sia in grado di elaborare una “narrazione” convincente per un blocco sociale determinato, in grado di fare egemonia in tutti i milieu e le realtà geografiche del Paese. Il berlusconismo è stato appunto questo: l’imbattibile offerta politica che per molti anni ha incarnato la versione più deteriore del trentennio neo-conservatore mondiale. Ora dovrebbe essere il tempo di un’alternativa nel segno della giustizia sociale, per una politica che vada nella direzione opposta a quella indicata dall’ortodossia neoliberale imperante nella UE. Così è in Francia e così sarà probabilmente in Germania (la prossima domenica si vota nel più importante Land del Paese, il Nordreno-Westfalia), dove il segretario della SPD, Sigmar Gabriel, ha salutato la vittoria del suo compagno socialista Hollande come «la fine di Merkozy e l’inizio di una Europa migliore».

Ma purtroppo in Italia così non è. Qui sembrano essere in pochi a voler “salire sul carro” dei socialisti che nel resto d’Europa ricominciano finalmente a vincere. E, quel che più conta, a vincere su basi ben diverse da quelle che condussero al potere quindici anni fa i fautori della Terza via, tutt’altro che alternativi al sistema egemonico neoliberale. Forse è proprio questo che spaventa? Può darsi che in qualcuno ci sia ancora nostalgia dei bei tempi andati del nuovismo di Blair, della Neue Mitte di Schröder e del clintonismo, che con sommo provincialismo noi chiamavamo “Ulivo mondiale”? Forse sì, e magari paghiamo il fatto che nel nostro Paese i cambiamenti tardano a prodursi, dal momento che le classi dirigenti sono generalmente perpetue: nel centrosinistra devono essere ancora in pochi ad essersi accorti che fuori dai nostri confini la musica non è più la stessa. Eppure, a sentir parlare un dirigente democratico di primo piano come Stefano Fassina non si direbbe: lui sì è consapevole, da bocconiano con esperienza al FMI qual è, che dobbiamo abbandonare il neoliberismo se non vogliamo distruggere l’Europa intera. (Abbiamo parlato qui del suo ultimo libro)

Delle due, l’una: o Fassina è irrimediabilmente in minoranza o nel PD prevale (sino a quando?) un tatticismo asfissiante che impedisce l’emergere di una linea chiara, quale che sia. Non esiste altra spiegazione possibile del perché quel partito insista, anche dopo le elezioni comunali, su un’opzione che, in questa fase, è una contraddizione in termini, ossia «l’alleanza fra progressisti e moderati». Mai come oggi la realtà politica e sociale in tutta la UE pone con forza, al contrario, la radicale alternativa fra i fautori del modello sociale europeo (welfare, investimenti pubblici, diritti dei lavoratori) à la Hollande e i sostenitori dell’austerità neoliberale à la Sarkozy. Per questo non si può non restare sorpresi a sentire D’Alema e Bersani proporre ancora quell’alleanza. Chiediamoci: chi sono e che politiche difendono «i moderati» con cui i progressisti dovrebbero allearsi? Senza pregiudizi di sorta, ma con fondate ragioni per nutrire dubbi, serve capire se davvero si distinguono – e in cosa – dai «conservatori», al di là delle etichette che ciascuno si auto-attribuisce. E serve chiarire una volta per tutte che cosa apporterebbero ad uno schieramento progressista nell’impegno per ridurre le disuguaglianze sociali e il potere dei «mercati» in Italia e in Europa, per aumentare le opportunità, universalizzare il welfare, combattere le discriminazioni, avviare la riconversione ecologica dell’economia… Se si resta nell’interessata vaghezza delle formule politiciste, risulta inevitabile pensare solo alle difficoltà che incontrerebbe una compagine di governo «da Fini a Vendola», che, di fatto, riprodurrebbe tutti i nodi irrisolti e irrisolvibili (si pensi all’articolo 18 o alle pensioni) del Governo Monti. Che resta e deve restare un’eccezione “emergenziale” (nemmeno importa stabilire se giusta o sbagliata) e non può certo rappresentare la base di un ciclo politico a venire. Sempre che non si creda che la politica in Italia debba reggersi su una sorta di eterna, gattopardesca Große Koalition.

L’ipotesi del grande rassemblement repubblicano poteva avere un senso quando la minaccia alla democrazia che rappresentavano Berlusconi e la Lega era di ben altro tenore: oggi, «un nuovo CLN» come ipotesi di governo è privo di giustificazione. Resta valida, questo sì, l’esigenza che la democrazia italiana si rafforzi, per evitare che il populismo eversivo possa risorgere dalle ceneri berlusconiane: e per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno effettivamente del concorso di tutte le forze che si riconoscono nella Costituzione. Ma senza che ciò si traduca nel governare insieme. La coalizione progressista (ossia PD, IdV e SEL: i «nuovi soggetti»  dicano se vogliono governare o no) che si candida a guidare il Paese offra – se ritiene –  la Presidenza della Repubblica ad un autorevole leader «moderato», ad esempio l’attuale inquilino di Palazzo Chigi, e si impegni a gestire i passaggi istituzionalmente delicati in concordia con l’opposizione «moderata», a partire dalla stesura di una nuova legge elettorale per il futuro. Ma si proponga di governare da sola o altrimenti in Italia si perderà l’occasione di seguire Francia e (probabilmente) Germania nel voltare pagina, e non riusciremo a dire addio al trentennio conservatore, sprofondando in un’insalubre palude centrista.

(Jacopo Rosatelli)

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5 commenti

Archiviato in elezioni, Europa, partiti, sinistra

5 risposte a “Progressisti e moderati: alleanza o alternativa? Riflessioni dopo il voto.

  1. eva maio

    La terza via è stata un’ipocrisi, un contenitore vago di ignavi pieni di supponenza.

  2. eva maio

    Errata corrige: ipocrisia…

  3. Valerio

    Oltre tutto in mezza Italia il risultato è questo Casini perde, Fli non esiste, il PdL si sta sciogliendo, emergono liste di destra anti berlusconiana (civiche, ma basta chiedere, io sto analizzando Como ed è il caso di Rapinese, terza forza in città). Insomma il PD tiene, la sinistra radicale non va benissimo e nemmeno l’IDV, ma qui è facilissimo capire come molte liste locali siano espressione della sinistra diffusa e ci sia stato un po’ di furto interno di voti a somma zero (che alle politiche si ricompatterebbero).

    Viceversa la vera novità è Grillo, che soppianta la Lega (che perde qualche consenso, ma va BENE quasi ovunque perchè d’opposizione al governo) in Piemonte ed occupa l’Emilia Romagna, ma io sono tutto sommato “felice”, l’anti politica Italiana è Grillo, in Grecia sono i neonazisti e fino a pochi anni fa in Italia erano la Lega e l’estrema destra (castigata dalle elezioni!).

    Al voto al voto, con la foto di vasto e se si può rimettiamo in campo le primarie!

  4. Valerio

    Casini dice “i moderati sono in un cumulo di macerie”. E’ possibile farlo sapere a Dalema?

  5. …ma il PD i conti dentro casa sua, quando li fa? Possibile che non riescano a far emergere una linea chiara anche a rischio di sciogliere quell’ “accozzaglia” ( come ha detto Pasquino parlando della destra, ma al PD si attaglia benissimo) che è partita male e che tanti danni ha provocato nella sinistra italiana?

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