Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro (e di crisi)? Alcune idee sul libro di Stefano Fassina

Il libro "il lavoro prima di tutto" di Stefano Fassina, dal sito dell'editore Donzelli

Del recente libro di Fassina, “Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti” (Donzelli, 2012, presentazione oggi a Roma alle 17,30) si è detto che costituisce “un tentativo di ripercorrere all’indietro la strada fatta dalla sinistra a partire dal 1989”. La critica, emersa nell’ambito di un dibattito sul quotidiano Europa, ci sembra infondata. Una risposta all’obiezione è stata data dallo stesso autore, ma vorremmo offrire qualche argomento per spiegare perché il giudizio ci sembra avventato (oltre che qualche spunto critico, ma costruttivo).

Il libro offre una interpretazione ampia ed equilibrata della profonda crisi economica che stiamo vivendo. Basato su un’approfondita analisi tecnica, non è certo un’opera di divulgazione scientifica bensì un testo che parla di politica e che colma un vuoto nell’ambito del dibattito interno al centrosinistra. La crisi attuale è, per Fassina, il “prodotto della politica, dei rapporti di forza tra interessi diversi, tra i paradigmi interpretativi da essi utilizzati per affermarli, tra i soggetti politici impegnati a rappresentarli”. Essa sarebbe stata causata dalla “regressione del lavoro” e non dalla finanza drogata. Alla base della profonda recessione che stiamo vivendo in Italia (e in altri paesi europei) c’è la stagnazione in termini reali, negli ultimi 20 anni, dei redditi dei lavoratori, la loro riduzione rispetto ai profitti , la perdita di competitività. Fassina, naturalmente, sostiene che la finanza ha avuto un ruolo importante: “Senza i miracoli promessi dalla finanza alle classi medie, il paradigma neo-liberista non si sarebbe potuto affermare in un contesto democratico e il blocco della fase espansiva delle economie globalizzate sarebbe arrivato molto prima”. Una frase di Fassina, su tutte, aiuta a far capire la portata di queste affermazioni: “con la distribuzione del reddito caratteristica degli anni sessanta, le stesse famiglie avrebbero potuto permettersi mutui prime” I mutui concessi a persone e famiglie con  redditi inadeguati a pagarli, in gergo vengono chiamati sub-prime. Negli ultimi anni sono stati concessi moltissimi mutui di questo tipo. Con il peggiorare delle condizioni economiche,  sono aumentati i casi di insolvenza in tutto il mondo, che hanno contribuito alla crisi finanziaria che stiamo vivendo.

Fassina, così facendo, mette in questione numerose interpretazioni consolidate della crisi italiana – delle vere e proprie narrazioni. Ad esempio, quella che contrappone gli interessi dei padri a quelli dei figli mentre padri e figli, a prescindere dal colore del colletto, hanno entrambi visto peggiorare la loro posizione. Lo stesso dissesto dei conti pubblici – nonostante il debito esista e sia ingente e, dunque, debba essere sanato – non è stato da solo il fattore scatenante della crisi. Piuttosto, è la crisi dell’economia reale insieme alla dissennata gestione della finanza pubblica ad opera dei governi di destra che rende la crisi debitoria così difficile.

Per Fassina, se l’economia deve tornare a crescere – anche per produrre quel gettito in grado di rimettere in sesto i conti pubblici – non può farlo proseguendo sul sentiero depressivo della diminuzione di potere d’acquisto dei lavoratori, della cosiddetta “svalutazione interna” che ha finito per sostituire le periodiche svalutazioni della lira che hanno per tanti anni tenuto a galla il nostro paese. Da qui l’esigenza di rimettere gli interessi dei lavoratori e delle classi medie al centro della politica economica nel contesto di adeguate politiche nazionali, europee e internazionali.

Come si vede, il libro ha l’ambizione di promuovere un’uscita dalle secche del pensiero liberista. Esso intende porre fine alla subalternità culturale dimostrata negli ultimi 20 anni dalla sinistra puntando l’attenzione sulla grande questione distributiva esistente, sull’enorme asimmetria di potere non risolta tra chi domanda e chi offre lavoro.

Questa analisi ha molti meriti, ma lascia aperti alcuni interrogativi. Fassina propone di mettere “il lavoro prima di tutto” e, specie nell’ultima parte del libro, quella dedicata al confronto con la dottrina sociale della Chiesa, spiega che questo significa mettere al centro la dignità della persona che lavora. L’impressione è che questa scelta retorica per cui si usa un termine astratto e generale, il lavoro, volendo parlare di persone concrete con l’intento di rispettarne la dignità e l’individualità possa finire per occultare le novità del libro e bloccare lo sviluppo della riflessione che propone, da tempo attesa in Italia nel campo progressista (i liberal americani, con Krugman, trattano questi argomenti già dal 2007, qui una segnalazione e due recensioni). Il rischio è, forse, quello di perdere la possibilità di parlare efficacemente ai principali destinatari di questo messaggio.

E’ difficile, infatti, parlare di “lavoro” quando nella vita di molte persone, specie giovani e precari, esso si presenta come una maledizione non solo per le sofferenze che comporta (questa non sarebbe una novità) ma anche perché è un’esperienza intermittente, troppo mutevole, dalla quale si viene facilmente ed indiscriminatamente esclusi. I costi connessi a questa mutevolezza tendono ad essere sempre più sostenuti dagli stessi lavoratori (gli ammortizzatori sociali coprono una parte minima della forza lavoro, per capirci). Non è un caso che Fassina, proprio all’inizio del libro, riconosce che non è più il lavoro l’elemento centrale per definire l’identità delle persone. Viene il dubbio che questo richiamo al “Lavoro” non sia in grado di rifondare forti identità politiche. E il rischio è molto concreto, visto che il tratto distintivo del trentennio conservatore è che coloro che hanno subito i danni delle politiche economiche della destra, non le hanno fatto mai mancare i voti.

Inoltre, si parla di “Lavoro”, sapendo che tale termine implica una irriducibile contrapposizione con il capitale. Fassina ha spiegato molto bene – si è detto che è proprio questo il pregio del libro – che è nel modo in cui questa contrapposizione è stata gestita che possono essere individuati i mali del nostro paese. La scelta del termine “lavoro”, tuttavia comporta il rischio di ridurre tutto a questa contrapposizione, perdendo di vista tutto ciò che c’è al di là di essa. A guardar bene, l’intervento umano  nelle attività produttive è un processo molto complesso: richiede una formazione anche molto lunga nel sistema educativo; una comunanza di intenti tra chi offre e chi domanda lavoro tale che l’azione di tanti possa produrre i risultati sperati; richiede un’etica, ma anche un addestramento pratico, codici comuni di comportamento che rendano efficace l’attività. Di tale intervento umano se ne avvalgono i datori di lavoro (privati e pubblici), ma la capacità delle persone di lavorare in maniera adeguata si determina grazie agli interventi di molti attori diversi – oltre che, beninteso, dei lavoratori stessi – e in periodi distinti. Il sapere e le capacità che servono al processo produttivo sono detenute dalle persone ed è cruciale che qualcuno si faccia veramente carico dell’avvio dei giovani al lavoro. Tali capacità “viaggiano” con le persone, sia nei momenti di attività che in quelli di inattività forzata; e questo è un problema, visto che l’aggiornamento delle competenze da parte dei lavoratori è più necessario proprio quando essi sono nella condizione peggiore per effettuarlo, cioè quando nessuno è più interessato a loro perché disoccupati. Alla fine, a parlare di lavoro in termini troppo generali, si corre il rischio che nessuno si senta responsabile effettivamente per esso, se non il singolo lavoratore, spesso isolato, magari lasciato a fare i conti con l’obsolescenza delle competenze acquisite a fatica (“essere imprenditori di se stessi” …).

La semplificazione insita in quest’uso del termine “Lavoro” sembra eccessiva anche alla luce di un’altra grande questione posta da Fassina, quella della scarsa competitività dell’Italia. Nel libro si spiega che essa è frutto di un complesso di fattori, alcuni interni all’impresa, altri al di fuori di essa, ma in maniera limitatissima essa è dipendente dai singoli lavoratori. Sarebbe, quindi, una logica conseguenza rappresentare l’aumento della produttività nel suo complesso come un grande obiettivo nazionale (analogo a quello dell’entrata nell’Euro, verrebbe da dire…), per il quale tutti i soggetti in campo fanno la loro parte secondo le loro diverse responsabilità. Ma se il tema della competitività è così centrale per il riequilibrio degli assetti distributivi e quindi per le sorti del lavoro, bisogna pensare di coinvolgere a pieno titolo anche gli imprenditori, che devono fare la loro parte ed essere spronati a farla, magari pensando di più alla propria responsabilità principale, che sta nell’investire e nell’innovare (il problema, peraltro, non è solo italiano; per chi legge l’inglese suggeriamo questo). Per essi non sarebbe solo una questione di convergenza di interessi contingente e, pertanto, dovrebbero poter essere inclusi a pieno titolo nelle file della sinistra e dei soggetti interessati a un rilancio del paese attraverso il riequilibrio distributivo.

Ma questi rilievi critici non sono sufficienti, secondo noi, a definire la proposta di Fassina un tentativo di ritorno al passato. Anzi, il suo libro ha il merito di far discutere di cose serie, come il ridare dignità alla persona che lavora, a prescindere dal suo lavoro. Sarebbe bello se, finalmente, in un dibattito importante per la sinistra, si potessero apprezzare appieno contributi fondati e argomentati come questo, da tempo attesi. Magari senza essere d’accordo, ma senza banalizzazioni.

(Andrea Declich)

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4 commenti

Archiviato in economia, lavoro, letture, partiti, sinistra

4 risposte a “Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro (e di crisi)? Alcune idee sul libro di Stefano Fassina

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Si capisce che la cosa che ti piace di meno del libro di Fassina è il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa. E ok. E si capisce che ti piace la critica alla dialettica generazionale “padri” vs “figli” per la riattualizzazione di quella “capitale” vs “lavoro”. Ma riconosci che dietro la parola lavoro si nasconde un universo difficilmente conoscibile… Ok, e quindi?
    Poi scrivi: “coloro che hanno subito i danni delle politiche economiche della destra, non le hanno fatto mai mancare i voti”. Non si può dire lo stesso per la sinistra? Pensa alle maggiori tasse del governo Prodi e del governo Monti… da quello che ho letto, e non è molto, il libro di Fassina sottolinea la tipologia del “lavoro subordinato”. E’ possibile davvero oggi ripartire a fare politica partendo da un blocco sociale definito e identificato solo dal “lavoro subordinato”‘? Avoja a riflette!!!!!

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