La precarietà non si cura con l’Aspi-rina. Riflessioni sulla riforma del mercato del lavoro ora in discussione

Immagine tratta da http://www.nextme.it

Fitto mistero intorno all’Aspi, l’Assicurazione Sociale Per l’Impiego, il nuovo ammortizzatore firmato Elsa Fornero. A chi va? Cosa prevede? Cosa cambia?
La premessa, antipatica, ma necessaria riguarda l’opacità che avvolge le intenzioni di riforma del Governo. Fino a pochi giorni fa sia riguardo ai contratti d’ingresso al lavoro, sia rispetto agli ammortizzatori sociali si rincorrevano indiscrezioni in un vuoto di proposte ufficiali. Sull’articolo 18 questa incertezza perdura. Niente di fisiologico, né sopportabile.
Una riforma del mercato del lavoro ha, inevitabilmente, ripercussioni importanti nel quotidiano di ciascuna e ciascuno. Non c’è tecnicismo che tenga: si tratta di cose destinate a cambiare da subito e profondamente le nostre vite. Perchè, allora, sottrarre questo tema al dibattito pubblico? Perché negarlo a una discussione informata e competente che consenta a tutti di sapere e magari di esprimersi?

L’intenzione che a me pare evidente è quella di recintare il tema in una questione da addetti ai lavori: i tecnici si occupano di cose tecniche e si confrontano con tecnici. Una mistificazione insieme brutale e garbata, come, del resto, lo sono tutti i processi di neutralizzazione della politica.
Una recinzione che ha un obiettivo preciso: alienare le vite delle persone consegnandole in mano ai tecnici e ammansire il conflitto sociale possibile.
Ciò che attiene all’Aspi e in generale alla riforma degli ammortizzatori sociali a lungo non è stato esente da tale opacità. Dalle dichiarazioni del Ministro Fornero a favore del reddito minimo garantito si è passati ad indiscrezioni che davano conto di un intervento tutt’altro che universalistico perchè non indirizzato ai parasubordinati. Indiscrezioni poi confermate dalla bozza di proposta di riforma degli ammortizzatori sociali diffusa dalla stampa.
Secondo tale bozza l’Aspi sarebbe indirizzato a “tutti i lavoratori dipendenti del settore privato [...] e ai lavoratori delle Amministrazioni pubbliche con contratto dipendente non a tempo indeterminato”.
Lo stesso documento riporta poi che l’Aspi dovrebbe riassorbire tutto quanto non rientra nella cassa integrazione ordinaria e nella parte di cig straordinaria che sopravviverà alla riforma, ovvero: l’indennità di disoccupazione, la mobilità, l’una tantum per i co.co.pro ecc.
Cosa vuol dire: “a tutti i dipendenti privati”? Vuol dire evidentemente che la condicio sine qua non per beneficiare dell’Aspi sia aver lavorato con un contratto di tipo subordinato (che sia a tempo determinato o a tempo indeterminato). E’ bene ricordare che già prima dell’Aspi tutti i dipendenti beneficiavano dell’indennità di disoccupazione (alcuni anche della mobilità). Chi rimane escluso? Secondo le informazioni attuali tutti quelli che erano esclusi prima, ovvero i collaboratori (co.co.pro, occasionali), coloro che lavorano con voucher, le partite iva e i destinatari di quelle forme di lavoro precario difficili anche da conteggiare (job on call ecc).
Cosa vuol dire “ai lavoratori delle Amministrazioni pubbliche con contratto dipendente non a tempo indeterminato”?
Anche qui si intende che l’Aspi sarebbe rivolta solo ai dipendenti a tempo determinato, che già beneficiavano dell’indennità di disoccupazione, lasciando al loro destino i collaboratori (che, giusto per ricordarcelo, nel pubblico impiego sono sia a progetto che coordinati e continuativi), gli assegnisti di ricerca, i docenti a contratto, le partite iva e la pletora degli “sfigati”.

Aggiungiamo un elemento in più. I requisiti per accedere all’Aspi (2 anni di anzianità contributiva e almeno 52 settimane di contribuzione complessiva), sono identici a quelli in precedenza previsti per l’indennità di disoccupazione. E scontano quindi gli stessi difetti. Quali? Che anche se hai un contratto di tipo subordinato e quindi puoi accedere all’indennità di disoccupazione (da domani all’Aspi) devi avere una anzianità consistente. Insomma se sei giovane, lavori da poco, sei intrappolato nei lavori precari peggiori (quindi non hai avuto contratti di tipo subordinato o ne hai avuti per poco tempo), comunque non puoi prendere l’indennità.
In sintesi: per le precarie e i precari non cambia niente.
Anzi, qualcosa cambia in peggio per i co.co.pro, per i quali viene eliminata l’una tantum istituita da Tremonti appositamente per loro (una indennità economica erogata in una sola soluzione -una tantum, appunto- corrispondente, per gli anni 2010 e 2011, al 30% del reddito percepito nell’anno precedente).
Ironia della sorte (o della tecnica) i fondi destinati all’una tantum, in gran parte inutilizzati a causa dei requisiti d’accesso che sembravano fatti a posta per escluderne la maggior parte dei potenziali beneficiari, vengono riassorbiti nell’Aspi, ma indirizzati ad altri: solo ai dipendenti.
Ma com’è possibile dopo che da mesi il Governo usa l’argomento dell’insopportabile precarietà che grava sui giovani come pietra di scambio con i diritti del lavoro a tempo indeterminato?
Anche i peggiori critici di questo governo, che hanno saputo smascherare l’impostazione ideologica per cui diritti dei padri e diritti dei figli sarebbero in competizione, si aspettavano la flexsecurity. Anche una pessima flexsecurity con più flex che security, del tipo: non si eliminano i contratti precari, ma si spinge duro sugli ammortizzatori sociali. Niente di tutto ciò.
Dalle informazioni e dai documenti diffusi dalla stampa l’estensione della copertura riguarderebbe la sola categoria degli apprendisti (circa 500.000 nel 2010 in calo rispetto agli anni precedenti, dati Isfol).
Restano fuori, è bene ribadirlo, tutti gli altri. Come detto, ai co.co.pro non viene esteso niente, anzi viene tolta anche l’una tantum. Stessa cosa per i collaboratori occasionali, che non fruivano dell’una tantum e continueranno a non vedere un euro. A chi lavora con partita iva, poi, non è stato rivolto neanche un pensiero. A che serve, allora, questa riforma? E quali sono i giovani e i precari in nome dei quali viene giustificata?
La riforma degli ammortizzatori sociali serve a far dimagrire il sistema, rendendolo meno generoso per chi ne fruiva, senza estenderlo a chi ne era escluso. Togliamo ai padri e non diamo ai figli. Un altro capolavoro della tecnica. Che si compone, tuttavia, di un altro pezzo.
Nelle intenzioni del Governo c’è di far costare di più il lavoro a tempo determinato. Ottima intenzione se fosse accompagnata dall’eliminazione delle altre forme di lavoro a termine ancor più precarizzanti, oppure se il costo maggiore riguardasse tutte le (oltre 40) forme di lavoro precario (collaborazioni ecc, ecc). Sembra che così non sia, stando ai documenti resi pubblici.
Il dilagare del lavoro precario (nel caso dei contratti parasubordinati) deriva dal vantaggio economico che comporta alle imprese: non solo è a termine, ma costa meno in termini di contributi e viene pagato meno in termini di compenso. Far costare di più il lavoro precario (tutto! Non solo quello subordinato a tempo determinato) potrebbe, quindi, scoraggiare le truffe.
L’aumento dei compensi per chi lavora con contratti flessibili e del loro costo contributivo avrebbe, infatti, la duplice funzione di: scoraggiare gli abusi contrattuali, ovvero tutte quelle situazioni in cui, per esempio, vengono attivati contratti di collaborazione perchè più convenienti e non perchè davvero legati ad un progetto; risarcire con più contributi e compensi più elevati chi si carica del rischio di un contratto a termine.
Ecco, invece, che se l’aumento del costo riguarda solo il lavoro dipendente a tempo determinato, ovvero una sola (tra le oltre 40!) tipologia di lavoro a termine (e per giunta la “meno precaria”) si produce un effetto perverso.
Facciamo, a questo proposito, un esercizio di fantasia semplice semplice. Se esistono:
1 forma di contratto subordinato a tempo indeterminato che costa 10 e prevede i diritti;
1 forma di contratto subordinato a tempo determinato che costa 12 e prevede gli stessi diritti di cui sopra;
40 (o anche solo 2) forme contrattuali precarie che costano 5 e non prevedono diritti;
l’imprenditore che vuole risparmiare quale sceglie?

(Claudia Pratelli)

ps. Lunedì 19 alle 18, le precarie e i precari del comitato Il Nostro Tempo è Adesso si ritrovano in piazza Montecitorio. Per saperne di più clicca qui

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9 commenti

Archiviato in economia, precarietà

9 risposte a “La precarietà non si cura con l’Aspi-rina. Riflessioni sulla riforma del mercato del lavoro ora in discussione

  1. veronica

    Condivido pienamente ogni parola! Essendo una co co pro da 10 anni con decine di contratti con innumerevoli committenti. Questa ” riforma” è una delle più grosse prese per il c…o che abbia mai sentito! Almeno non l’avessero sventolata come una ritrovata giustizia per i precari . E’ incredibile! Sono veramente incazzata nera!

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  8. luca

    Bisogna pur fare qualcosa, altrimenti il rischio é quello di cadere nella pura lamentazione. Anche io sono precario da anni, da sempre……. Ho trovato molto utile la lettura di questo libro: Il tempo della precarietá (Ed. Mimesis).
    Saluti e viva il lavoro

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