Un’altra finanziaria si può fare

Il primo ministro inglese conservatore Margaret Thatcher amava dire spesso una frase: “There Is No Alternative”, non c’è scelta. Con la sua elezione nel 1979, e ancora di più con la vittoria di Reagan in America nel 1980, cominciava quel trentennio conservatore che speravamo di esserci lasciati alle spalle con l’elezione di Barack Obama neanche tre anni fa. Sembrava che dalla crisi potesse uscire un’economia meno ingiusta e più sostenibile. E invece il vento è cambiato davvero, ma non nella direzione che pensavamo in tanti il giorno dopo l’elezione di Giuliano Pisapia o dopo la vittoria nei referendum.

L’ “amara medicina” che cercano di propinare i sostenitori dell’attuale manovra finanziaria si basa proprio sulla formula thatcheriana del “non c’è scelta”. Bisogna fare così, altrimenti il Paese va a rotoli. C’è un solo modo per evitare il disastro, dicono costoro: accettare i sacrifici inevitabili che comporta il “risanamento dei conti”. La finanziaria italiana, un po’ come quelle approvate prima di essa in Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, carica tutto il peso del “risanamento” su una parte sola della popolazione, di solito la più povera e la meno potente. Ma davvero “non c’è scelta”?

1. “L’amara medicina”, in realtà, assomiglia più ad un sorso di cicuta che ad un farmaco. E’ come se un’azienda in crisi (per usare un paragone caro ai conservatori di tutte le latitudini) decidesse, invece che di tagliare i rami secchi e investire in nuovi prodotti, di dismettere il proprio patrimonio. E così, tra le tante cose che non vanno bene in questa manovra, due vanno segnalate in particolare. La prima ce l’ha spiegata Matteo Bartocci sul Manifesto di martedì: è la cosiddetta “clausola di salvaguardia” che prevede il taglio automatico, già dall’anno prossimo, di tutte le detrazioni fiscali nella misura del 5% per poi passare ad un taglio del 20% dal 2014. Si tratta dei soldi che si possono sottrarre dall’imponibile perché ci si è curati, perché si sono mandati i bambini all’asilo o perché ci si è iscritti all’università. Cioè: il lavoro di cura, già oggi tutto sulle spalle delle donne, ora sarà tassato di più e la formazione, di cui c’è già scarsità, sarà ancora più cara. Alla faccia della tutela della famiglia e dell’investimento nel merito. Così, con la “clausola di salvaguardia” si recuperano 14,7 miliardi e si aumentano le tasse per le famiglie monoreddito. Sempre a proposito di tasse sulla giustizia sociale, si impone un bollo di 200 euro sulle vertenze di lavoro. In sostanza si aumentano le tasse sulla stragrande maggioranza della popolazione che già le paga e che deve sostenere da sola una parte dei costi dello stato sociale.

La seconda misura ha a che fare con le cosiddette “liberalizzazioni” di cui ci svela la natura Guglielmo Ragozzino sul Manifesto:  non solo lo stato centrale venderà le quote azionarie di grandi aziende come Enel o Finmeccanica che oggi producono dividendi ma obbligherà anche gli enti locali a privatizzare le proprie municipalizzate. Chi non lo farà sarà punito, chi lo farà riceverà “incentivi” dallo stato centrale. Tutto questo poco più di un mese dopo la vittoria dei sì ai referendum per l’acqua pubblica e contro i profitti garantiti. Poco chiaro su questo punto il ruolo del maggiore partito d’opposizione che sul suo sito internet pubblicizza uno dei suoi 5 (cinque) emendamenti così: “Gli Enti Locali, secondo un altro emendamento, non potranno più detenere, direttamente o indirettamente, quote di partecipazione, anche minoritaria, in più di una società, mentre i Comuni sotto i 30.000 abitanti non ne potranno possedere alcuna.” C’è da sperare che sia un errore di comunicazione. L’ “azienda Italia”, quindi, dismette da una parte il suo capitale umano rendendo più costoso studiare e prendersi cura delle persone e dall’altra vende il suo patrimonio di società pubbliche. Eppure una via d’uscita moderna c’è, l’abbiamo indicata qui: passare dalla gestione clientelare a quella cooperativa e mutualistica da parte dei cittadini.

2. Si dirà, si va bene, ma non c’è alternativa: i soldi non ci sono e da qualche parte bisogna andare a prenderli. La campagna Sbilanciamoci!, come ogni anno, ha presentato la sua manovra alternativa che si può scaricare qui:  una finanziaria da 50 miliardi in 3 anni e molto meno gradualista di quanto previsto inizialmente da Tremonti. Tagli alla spesa pubblica: meno grandi opere (-3,8 miliardi in 3 anni); meno finanziamenti alle scuole private, 700 milioni di euro di risparmio; revisione delle convenzioni con i privati del sistema sanitario nazionale (le regioni con il disavanzo più alto sono anche quelle con la quota più alta di privato convenzionato), meno 2,2 miliardi in 3 anni di cui un miliardo già nel 2012; ritiro dall’Afghanistan e 750 milioni di euro risparmiati; niente più licenze alle grandi multinazionali del software per i computer del pubblico, con un risparmio di 2 miliardi di euro l’anno. E questo solo per citare alcuni esempi e per dare l’idea che, se i riformisti vogliono essere veramente coraggiosi, contro queste lobby si devono misurare: solo la Microsoft perderebbe più di mezzo miliardo di euro. E poi la voce “nuove entrate”: tassa patrimoniale del 5 per mille su chi possiede più di 3 milioni di euro, con un introito previsto di oltre 10,5 miliardi; tassazione sulle rendite al 23%, come la somma minima che paga chi lavora (il PD propone il 20% che è già una misura importante) ed entrate pari a 2 miliardi l’anno; una revisione delle aliquote per i contribuenti più ricchi che porti nelle casse dello stato 1,2 miliardi di euro l’anno in più e gravi per il 70% su chi guadagna più di 200.000 euro l’anno. E tutto questo, senza parlare di evasione fiscale: il vero grande bacino da cui attingere per risanare i conti dello stato. Non tartassando le piccole partite IVA o i pastori sardi ma rendendo la vita difficile a chi porta i soldi nei “paradisi fiscali” per esempio introducendo la norma approvata di recente dall’Australia: puoi anche portare i tuoi soldi ad Antigua, ma io ti tasso in base a quanto avevi prima che trasferissi i tuoi fondi. L’Australia è lontana, si dirà.

Alcune di queste proposte potranno apparire estreme o irrealizzabili ma c’è un filo rosso che le lega: l’idea che si esce dalla crisi solo se si investe in un paese diverso, pagando anche il prezzo di uno scontro con alcune lobby molto forti. Tanto per fare un esempio: se dall’aumento della tassazione delle rendite finanziarie si guadagnano 2 miliardi l’anno, si potrà ben spendere 1 miliardo e mezzo in 3 anni per creare 5.000 asili nido. Ve li immaginate gli italiani che votano contro un centrosinistra che propone di chiedere il 5 per mille ai ricchi per creare asili nido?

3. Si dirà. Ma “i mercati” non accetterebbero mai una manovra così. “I mercati” – che poi sono fatti da persone che possono essere soggette alle regole e rese responsabili delle proprie azioni – hanno già vanificato molti sacrifici. Come ha spiegato alcuni giorni fa Alfonso Gianni sul Manifesto, ogni punto percentuale in più sui tassi di interesse dei titoli di stato comporta una spesa aggiuntiva di 20 miliardi per l’erario. Non ci sono sacrifici che tengano se non si mette la briglia ai “mercati” dove il denaro accumulato dai più ricchi grazie alle disuguaglianze crescenti si indirizza sempre di più verso la speculazione. Più i ricchi diventano ricchi e più, non sapendo cos’altro consumare, investiranno i propri soldi nella speculazione, come ha spiegato l’economista Jean Paul Fitoussi. C’è modo di fermare questo circolo vizioso? Nel lungo periodo diminuendo le disuguaglianze e quindi diminuendo la cifra che può essere investita in manovre speculatorie. Nel breve periodo introducendo la Tassa sulle Transazioni Finanziarie dello 0,05% così come proposto dall’omonima campagna (zero zero cinque appunto, qui il sito). La cosiddetta Tobin Tax viene evocata anche sul Corriere della Sera da Massimo Mucchetti, uno dei più seri giornalisti economici italiani. E poi: vogliamo lasciare lì le agenzie di rating che sono state all’origine della crisi? I socialisti europei che in questa crisi un po’ si sono adeguati e un po’ hanno balbettato, possono riunirsi un weekend in una villa di campagna e dire tutti insieme che vogliono queste cose?

Tutto questo per dire che la sinistra dovrebbe cancellare per un po’ dal suo vocabolario il termine “inevitabile”. L’ “inevitabile” è il nemico della politica che esiste per consentire alle persone di determinare collettivamente il proprio destino. Se si limita a far accettare a tutti “l’amara medicina” ha già perso in partenza. Abbiamo iniziato con un presidente americano e concludiamo con un altro, più indietro nel passato per non buttarla in politica: Franklin Delano Roosevelt che venne osteggiato con tutti i mezzi dall’elite finanziaria ed industriale americana non perché aveva condotto una politica di espropri e collettivizzazioni forzate ma perché aveva regolato la finanza e cambiato le modalità dell’intervento dello stato nell’economia. Fare le riforme costa, non solo soldi ma anche coraggio politico e fatica intellettuale: bisogna riconoscere i propri alleati ed avversari, non solo nel sistema politico ma anche in quello sociale; bisogna creare e sostenere i luoghi di produzione autonoma di analisi e di proposte; bisogna pensare oltre l’emergenza al Paese che si vuole avere tra 10 o 20 anni. Se continua così, l’Italia del 2021 o del 2031 sarà sempre un Paese dove lavorare è la cosa meno conveniente del mondo, dove fare cultura costerà sempre più fatica che distruggerla e in fondo, per stare bene nella vita, non devi fare altro che nascere nella famiglia e nel posto giusto.

Le proposte di cui si è parlato fin qui sono di gran lunga perfettibili e forse solo una piccola parte è realizzabile. Ma servono a dare l’idea del tipo di sforzo, intellettuale e politico, che è necessario fare in questo momento.

(Mattia Toaldo)

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5 commenti

Archiviato in economia, mondo, partiti, sinistra

5 risposte a “Un’altra finanziaria si può fare

  1. Barkokeba

    Complimenti, l’articolo è interessante. Il problema dell’inevitabilità, purtroppo, rimane per il paradosso della politica italiana, per cui un presidente del consiglio da una settimana, e sotto un attacco speculativo, non prende la parola per dire dove vuole portare il paese che guida. Detto questo, le cose che elenchi – e che definisci perfettibili – potrebbero diventare la manovra dell’anno prossimo, quella con cui si manterrebbero i saldi ma si eviterebbero tante storture.
    PS. Mi piace l’idea di risparmiare sui software. Teniamo conto, però che cambiare da un giorno all’altro sistemi operativi penso che sia complesso

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