Archivi del mese: maggio 2010

Il problema dell’analfabetismo funzionale in Italia

Quando parliamo di cultura e di consumi culturali, ma anche quando parliamo di politica, facciamo finta di non ricordarci un dato che ogni tanto si conquista qualche trafiletto sui giornali: la stragrande maggioranza degli italiani o di fatto non sa leggere oppure legge ma non riesce a comprendere il significato dei suoni che riproduce. I giornali, i libri, il teatro, tutto ciò che ha a che fare con la conoscenza scritta sono appannaggio di un 20% della popolazione. In tutto il mondo industrializzato solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, riesce a fare peggio di noi.

Scrive Tullio De Mauro che da anni si occupa delle ricerche sull’analfabetismo funzionale, che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. I dati sul resto della popolazione fanno paura: il 5% di chi ha tra i 14 ed i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra o una cifra da un’altra; il 38% riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre. Continua a leggere

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La capitale precaria

Roma e la sua area metropolitana hanno retto bene la crisi. E questa è la (vedremo parziale) buona notizia. Roma, però, è anche la capitale del precariato, del lavoro al nero e del tempo determinato. Lo dice un’indagine della facoltà di sociologia di Roma presentata alcuni giorni fa e che riguarda gli anni 2008-2010, cioè quelli successivi all’esplosione della bolla speculativa. E proprio per la natura del mercato del lavoro romano quest’area potrebbe subire più di altre gli effetti della legge finanziaria.

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La crisi disuguale

Il governo sta pensando ad una finanziaria di sacrifici: prima di tutto per chi sta peggio. E quelli che stanno peggio sono sempre di più: secondo il Rapporto per i diritti globali 2010 presentato dalla Cgil, molti italiani scivolano verso la povertà. E altri, proprio grazie alla nuova finanziaria, si andranno ad aggiungere. Continua a leggere

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Cambiare l’università, cambiare la società

L’Università italiana è in mobilitazione questa settimana. Si protesta contro il disegno di legge di riforma presentato dal ministro Gelmini e contro i tagli portati avanti da questo governo, non casualmente, fin dai primi mesi in cui aveva il potere. Insieme con la situazione degli enti lirici sono due spie della situazione della cultura in questo paese che si trova davanti non solo al governo più anti-intellettuale della storia della repubblica ma anche al fallimento di un modello di sviluppo, quello dell’Italia molecolare, che non ha mai veramente fatto tesoro del patrimonio storico e culturale di questo paese preferendo concentrarsi su altre risorse: le micro-dimensioni, il basso costo del lavoro, la possibilità di aggirare leggi e imposizione fiscale, l’assenza di sindacati e il rapporto con il territorio, inteso non come cultura e storia ma come insieme di poteri e forze locali. E’ la sopravvivenza ad ogni costo di quel modello, con la conseguente scomparsa di tutto ciò che gli è estraneo come la cultura e la ricerca, che oggi è in gioco.

 La battaglia sull’università e la ricerca non è una battaglia di resistenza. E’ da lì, come dalla cultura e dall’economia sostenibile, che parte una risposta diversa alla crisi. Ma è sempre da lì che parte un assetto dei poteri dentro la società, anzi dentro la vita delle persone, diverso. Ecco perché, oltre alle giuste rivendicazioni  di questa settimana, è utile fare alcune riflessioni. Continua a leggere

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I sacrifici “inevitabili” di Zapatero

La tempesta borsistica che si è scatenata negli ultimi mesi ha oscurato con una minacciosa nuvola nera l’orizzonte finanziario dei paesi dell’Euro. Questa nube, seppure impalpabile, è destinata ad avere degli effetti ben peggiori della nuvola di cenere scaturita dal vulcano islandese Eyjafjallajökull: i paesi più esposti (quelli della periferia economica dell’Euro, nell’ordine Grecia, Spagna e Portogallo, Irlanda e Italia) stanno valutando misure di fortissimo impatto sociale per rimpolpare le casse dello stato e tranquillizzare i mercati.

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La politica dei sacrifici (per niente inevitabili)

Il governo Berlusconi si è accorto che le cose vanno male in Europa e che bisogna uscire, almeno per un po’, dall’era dell’ottimismo. A questo punto ha rispolverato un sempreverde della politica economica italiana degli ultimi decenni: “i sacrifici inevitabili”. Già si annunciano misure innovative per la prossima finanziaria: blocco dei pensionamenti, tagli agli stipendi per gli statali, magari qualche condono mascherato e per finire un draconiano (si fa tutto per scherzare) taglio del 5% dei compensi di parlamentari e ministri.

Ne scrivemmo già nei primi giorni della crisi greca: l’ondata speculativa spingerà i governi europei a stringere sulla spesa pubblica invece che a regolare la finanza e le agenzie di rating. La crisi, insomma, potrebbe aggravarsi. E le politiche dei governi di centrodestra, presentate come inevitabili,  potrebbero aumentare ancora di più le disuguaglianze che sono state alla base del crollo del 2008.

Tutto inevitabile? E’ lecito dubitare.

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A proposito di narrazioni: chi si ricorda delle vittime del terrorismo?

Al Quirinale si è celebrata, lo scorso 8 maggio, la quarta giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, ricordando, a distanza di venti anni, il terribile bilancio del 1980. Oltre 200 morti.

Una giornata importante per un paese in cui le vittime sono dimenticate dalla procedura penale, e spesso rimosse dalla coscienza collettiva, anche in conseguenza di un approccio cattura-audience dei mass media, tutto piegato alla logica un po’ voyerista che ama spiare le ragioni e le identità dei colpevoli. Continua a leggere

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Cosa ci dicono le ultime elezioni tedesche

Sulla carta, il risultato delle elezioni nel più popoloso Land tedesco, il Nordreno-Westfalia, cuore economico dell’Europa, parla chiaro: c’è una maggioranza di sinistra formata da SPD (34,5%), Verdi (12,1%) e Linke (5,6%). Il governo democristiano-liberale del Ministerpräsident Rüttgers è stato sconfitto.  La realtà delle cose, tuttavia, è più complicata e la probabilità che si formi effettivamente una coalizione rosso-verde-rossa non è molto alta: siamo di fronte, dunque, a una vittoria di Pirro che si tradurrà in una scialba Groβe Koalition fra CDU e socialdemocratici? Nessuno può prevedere come finiranno le difficili settimane di trattativa che attendono le dirigenze dei partiti in riva al Reno. In ogni caso, non ci interessa il toto-coalizioni, bensì capire il perché continui ad essere difficile per la sinistra tedesca definire un progetto di governo comune, anche quando il messaggio dell’elettorato sembra interpretabile come un’indicazione a procedere in quella direzione.

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Parliamo ancora di rendita: “le enclosure de noantri”

“Botteghe storiche, chiusure senza fine”. Così titolava la cronaca di Roma di Repubblica venerdì 30 aprile . L’articolo parlava di un fenomeno in corso da vari anni nella città di Roma (ma anche in tante città d’arte), per cui nel centro storico le botteghe degli artigiani vengono chiuse per via dei prezzi sempre crescenti degli affitti, e sono per lo più sostituite da negozi per turisti o da ristoratori interessati a rifornire la movida.

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Contro l’assuefazione da ricchezza ereditata

Nell’America degli anni settanta dello scorso secolo,  un manipolo di economisti e sociologi – che di li a poco avrebbero ispirato la crociata conservatrice di  Ronald Reagan –  si mettono a speculare su quanto la poverta’ sia il frutto paradossale del welfare ed, in particolare, dell’assistenza pubblica in caso di disoccupazione e assenza di reddito.  Se lo stato e’ disponibile a mantenere a vita chi non ha un lavoro, questa la vulgata, e’ inevitabile che la societa’ si ammali di irresponsabilita’ e di deperimento dello spirito di iniziativa.  Un argomento ormai arcinoto e che ha ispirato decenni di “riforme” e di guerre contro i poveri: dagli Usa di Clinton alla Germania di Schroeder passando per il Regno Unito di Blair. Eppure nessuno, se non il solito sparuto nugolo di (veri) liberali, si chiede quanto ad assuefare sia la ricchezza, soprattutto quella ereditata. Continua a leggere

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