Quando la Giustizia è sociale

E’ compatibile il principio solidaristico che sta alla base dello Stato sociale con il principio secondo il quale chi lavora deve guadagnare di più di chi non lo fa? Insinuare il dubbio che le politiche pubbliche a sostegno dei soggetti “svantaggiati” siano, nei fatti, un’ingiustizia contro i lavoratori onesti ed industriosi a beneficio degli scansafatiche, è stato, a partire dalla fine degli anni settanta, un topos di quella (vincente) retorica neoliberista che ha inciso profondamente nelle culture politiche e negli assetti sociali dell’intero Occidente. Una visione del mondo la cui egemonia, ultimamente, ha finalmente cominciato ad essere messa in discussione, lo sappiamo, soprattutto grazie alla vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti e alle conseguenze della crisi finanziaria, economica ed occupazionale. Visione del mondo, tuttavia, che è ben lungi dall’essere in ritirata o sulla difensiva, come testimonia, ad esempio, il dibattito politico tedesco di questi giorni.

Anche nel tradizionale comizio dell’Aschermittwoch (è antica usanza che il mercoledì delle ceneri tutti i partiti organizzino delle manifestazioni/feste) i liberali della FDP, infatti, sono tornati a dare fuoco alle polveri della polemica contro la mentalità assistenzialistica che impregnerebbe, a loro giudizio, tutta la politica tedesca. «I cittadini vogliono sentirsi dire la verità», secondo Guido Westerwelle, vicecancelliere e segretario liberale: verità che consisterebbe nel fatto (tutto da dimostrare) che in Germania vi sono troppi cittadini che guadagnano di più con i sussidi dello Stato che non con il sudore della fronte. La promessa del benessere a qualunque condizione, ossia – così viene detto –  anche standosene tutto il giorno in panciolle a guardare la televisione, conduce ad una sorta di «decadenza tardoimperiale», frutto di pericolose «tendenze socialiste» che hanno la meglio su di un sano individualismo competitivo.

Perché questa polemica, dai toni piuttosto accesi, da parte di un partito ora al governo? Il motivo è da rintracciarsi nella recente, importantissima, sentenza del Bundesverfassungsgericht (la Corte costituzionale federale) in merito al pacchetto di leggi (approvate durante il settennato di governo SPD-Verdi, è bene ricordarlo!), conosciuto con il nome di Hartz IV, che disciplina grosso modo i sussidi di disoccupazione, il reddito minimo garantito e le misure di reinserimento lavorativo. Pronunciato il 9 febbraio scorso (e trasmesso in diretta televisiva dal primo canale pubblico ARD), il giudizio della Corte ha riconosciuto come incostituzionali diverse norme, perché in contrasto con gli articoli 1 e 20 della Costituzione, rispettivamente quello che afferma il sommo principio della dignità umana – che lo Stato è obbligato a tutelare – e quello che dichiara la Repubblica federale uno Stato democratico e sociale. In particolare, il calcolo dei minimi vitali sulla base dei quali vengono mensilmente corrisposti gli assegni di sussistenza è stato dichiarato non conforme all’obbligo costituzionale dello Stato di assicurare un’esistenza degna ad ogni cittadino, in particolare se minorenne: 359 euro per un adulto che vive solo, 323 euro ciascuno per una coppia e dai 215 ai 287 euro (a seconda dell’età) per i minori sono stati ritenuti troppo pochi. Il legislatore tedesco, ora, ha undici mesi per correggere non solo tali cifre, ma anche il metodo – giudicato poco trasparente – con il quale esse si calcolano.

I liberali si trovano dunque, per così dire, rabbiosamente ingabbiati dai principî che stanno a fondamento della democrazia tedesca, così come di tutte le democrazie le cui leggi fondamentali riconoscono il rango costituzionale dei diritti sociali. Inclusa la nostra, che recita (è bene ricordarcelo) all’art. 38 : «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». L’assistenza sociale è un diritto che deve essere garantito a tutti coloro che non hanno i mezzi necessari per vivere: i supremi giudici tedeschi hanno affermato che la radice di questo diritto sta nel valore assoluto e non negoziabile della dignità umana. Inoltre, nelle loro argomentazioni giuridiche, hanno evidenziato come il minimo vitale non consiste solo nella somma che consente di potersi permettere un minimo di cibo e vestiti, quindi la mera sussistenza materiale, ma anche in una quota che consenta ad ogni persona la possibilità (almeno teorica) di prendere parte alla vita culturale, sociale e politica. La dignità umana in uno stato democratico e sociale non si esaurisce con un pasto caldo giornaliero e un maglione pesante, insomma: l’emarginazione si combatte anche facendo in modo che, se vogliono, le persone possano trovare li modo di leggere un libro, andare a teatro o pagare la quota di iscrizione a un’associazione. E la Costituzione italiana, all’art. 3, non dice nulla di diverso: occorre «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Liberali esclusi, esiste in Germania un consenso diffuso e profondo riguardo agli assetti fondamentali dello Stato sociale – che, con una formula nota, potremmo chiamare il modello sociale europeo –  che ben si riflette nella pronuncia del Bundesverfassungsgericht. Le proposte politiche di ispirazione thatcheriana non fanno breccia al di là di alcuni settori sociali di imprenditori e professionisti, alla conquista dei quali si sta dedicando anima e corpo la FDP. La democristiana CDU (e la sorella bavarese CSU), partito interclassista, se ne tiene alla larga, non facendo mancare, così, una piccola dose giornaliera di polemiche e garbate dichiarazioni contrapposte con lo scalpitante alleato. L’atteggiamento dei democristiani, così come il riorientamento “verso sinistra” in corso nella SPD, si spiega anche con il fatto che ben 6 e mezzo milioni di tedeschi (dei quali quasi più di un milione e mezzo di minorenni)  sono beneficiari dei programmi di assistenza sociale: purtroppo non si parla, insomma, solo di qualche decina di migliaia di esclusi.

Un fenomeno, quello dell’emarginazione sociale, che è molto consistente anche nel nostro paese, dove la crisi economica sta ulteriormente aggravando il quadro della situazione. Cresce la povertà fra tante persone che, ben lungi dall’essere scansafatiche, perdono il lavoro o non sono mai riusciti a trovarne uno, ma anche – il che è ancora più drammatico – tra le persone che lavorano (come mostrava recentemente Marco Revelli ).  Tutto ciò in uno scenario in cui gli aiuti pubblici – come potrebbe essere una forma di reddito minimo garantito – sono chiaramente insufficienti. Eppure, come abbiamo visto, la nostra Costituzione non si differenzia molto da quella tedesca: analoga l’ispirazione di fondo, analogo il catalogo di valori cui il legislatore dovrebbe conformarsi. E se il legislatore tedesco si è visto censurato per la sua insufficiente attenzione nel determinare i livelli reali cui può essere fatta corrispondere una vita degna di essere vissuta, quello italiano dovrebbe vedersi ancor più gravemente condannato per continuare a rendersi colpevole di omissione verso il suo obbligo costituzionale di garantire mantenimento e assistenza dignitosi. Una punizione che è pur sempre – è bene ricordarcelo – anche nella facoltà di scelta di ciascun elettore.

(Jacopo Rosatelli)

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1 commento

Archiviato in economia, Europa, sinistra

Una risposta a “Quando la Giustizia è sociale

  1. Valerio Peverelli

    La nostra costituzione purtroppo non ha mai goduto di grande salute, e non solo perché Berlusconi ci si pulirebbe volentieri una certa parte anatomica: anche negli anni ’50, ’60, ’70, ecc. quante parti del dettato costituzionale sono rimaste lettera morta (robetta…tipo le regioni…).

    Poi oggi è sotto attacco e una certa sinistra non sa dire altro che bisogna trovare “larghe intese”, quasi che fosse il momento storico per cercarle. Perché sono anche io a favore del monocameralismo, ma se per averlo devo inesegnare in dialetto, perdere il diritto alla salute per quello di cura, e avere degli articoli scritti in politichese (si veda le riforme del 2001) cosa devo dire? Chi lascia la vecchia per la nuova, sa cosa lascia non sa cosa trova?!?

    Comunque noto con piacere che quà e là, da Obama a questo post, non si parla più solo di difendere ma di estendere i diritti sociali, era ora.

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