Afghanistan, verità e menzogne di una guerra

La Germania s’interroga sempre di più sul senso della guerra in Afghanistan. L’ ultima, autorevole, voce a farsi sentire è quella della presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche (EKD), Margot Käßmann, la massima autorità del protestantesimo tedesco. Nel suo sermone per il nuovo anno pronunciato nella Frauenkirche di Dresda, afferma perentoriamente che in Afghanistan «nulla va bene» e che in quel paese le armi non porteranno la pace, invitando ad avere «più fantasia» per risolvere il conflitto. Ultima voce di una serie ormai lunghissima, che ha segnato in profondità gli ultimi mesi del dibattito politico in Germania, a partire dallo scorso 4 Settembre. Quel giorno, nella provincia di Kunduz, un attacco dell’aeronautica militare tedesca, ordinato dal generale Georg Klein, costava la vita a 142 persone, in larghissima parte civili innocenti. Uno dei peggiori massacri nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore, oltre che l’azione militare tedesca con più vittime dopo la seconda guerra mondiale.

Ricordiamo brevemente i fatti di quel giorno di settembre. Alcune autocisterne cariche di carburante erano state rubate dagli “insorti” e condotte lungo una strada secondaria, dove erano rimaste impantanate nel fango. La loro presenza era stata notata dalle truppe tedesche, e il comandante aveva chiesto l’intervento dell’aeronautica per distruggerle. Nel frattempo, però, molti abitanti dei villaggi vicini erano giunti sul posto. Qualche centinaia di metri più in alto, un cacciabombardiere tedesco (il nome di battaglia del pilota è Red Baron) osserva la scena. C’è anche una squadriglia di aerei americani nella zona. Gli americani notano la presenza dei civili vicini ai camion, e suggeriscono a Red Baron di effettuare un passaggio radente a scopo dissuasivo, in modo da far disperdere le persone e lasciare l’obiettivo dell’attacco (i camion) sgombro. Red Baron rifiuta, e sgancia direttamente le bombe al primo passaggio. Secondo la valutazione degli aviatori americani, due bombe sarebbero state sufficienti per distruggere le cisterne. Con meticolosità teutonica, Red Baron ne sgancia sei. Il risultato è una carneficina.

Tutto ciò resta nascosto all’opinione pubblica tedesca per molto tempo. Negli altri paesi se ne parla fin da subito, ma in Germania, a parte l’ambito della stampa critica e di opinione, i media a più ampia diffusione riportano solo la versione ufficiale del governo, che nega che ci fossero vittime civili. Le elezioni politiche incombono, e l’Afghanistan è un tema caldo, in grado di ostacolare la svolta di centrodestra caldeggiata in molti ambienti economici e finanziari tedeschi (secondo i sondaggi d’opinione la maggioranza dei cittadini è contraria all’intervento militare).

Nel giro di alcune settimane, però, la situazione diventa insostenibile. Le voci su un altro numero di civili morti trovano conferme, la versione dei militari americani trapela all’esterno, inchiodando il pilota tedesco alle sue responsabilità. Siamo al 26 novembre.
Nel giro di poco, e sotto una pressione fortissima della stampa e dell’opposizione, il neoministro del Lavoro Franz Josef Jung (CDU), come si ricorderà, si dimette, perché diventa chiaro il fatto che, da ministro della Difesa all’epoca dei fatti di Kunduz, possedesse informazioni che smentivano le sue reiterate dichiarazioni fatte nei giorni seguenti all’attacco circa il non coinvolgimento di civili. L’attuale ministro della Difesa zu Guttemberg, dal canto suo, si produce nel più classico degli scaricabarile, dovendosi anche lui giustificare per aver dichiarato «opportuno e conforme alle regole» il massacro di Kunduz: licenzia il Capo di Stato maggiore e un sottosegretario, accusandoli di avergli fornito delle relazioni reticenti e false (ma i due smentiscono e mostrano ai giornali le loro relazioni, che parlavano di probabili vittime civili fin dal primo momento). Ora il suo giudizio è cambiato: sulla base delle “nuove” informazioni in suo possesso, valuta l’attacco come inappropriato. La cancelliera, Angela Merkel, sostiene di non essere stata informata. Il capogruppo al Bundestag della SPD, Franz Walter Steinmeier, all’epoca del massacro ancora ministro degli Esteri, è anch’egli in difficoltà. Ora una commissione parlamentare d’inchiesta deve fare luce sull’accaduto, chiarendo, possibilmente, chi ha mentito e chi davvero non sapeva (ma avrebbe dovuto sapere – aggiungiamo noi).

Da questa vicenda, qui sommariamente ricostruita, giungono due indicazioni che ci sembrano importanti, anche in relazione al nostro paese. In primo luogo, in Germania la credibilità dei politici è una moneta che ha ancora corso. La menzogna e la reticenza sono un problema a prescindere, di cui il quarto potere si fa carico, senza neanche sfiorare i picchi di faziosità italica (malgrado, va detto, la gestione della tempistica delle rivelazioni da parte di alcuni giornali sia un po’ sospetta). Ma soprattutto, in secondo luogo, il velo che copre l’intrico afghano è ormai irrimediabilmente squarciato. Da una coltre di bugie è emersa la verità della guerra. E con essa la contraddizione tra i militari che la vogliono farla sul serio, spezzando le reni a un nemico che li ha provocati e colpiti, anche a costo di “coventrizzare” qui e là, e i politici che devono invece presentare tutto questo come un’operazione umanitaria, limitata e contenuta negli obiettivi e nei mezzi impiegati. Ma ormai è chiaro che non possono continuare più a lungo con questo refrain.

E’ davvero difficile, infatti, vedere una via d’uscita da un’escalation militare che non potrà che comportate altri “effetti collaterali” come quello di Kunduz.  Nessuno può più continuare a far finta di niente: malgrado le argomentazioni di Obama nel discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Pace, non si può sfuggire all’interrogativo sull’opportunità di continuare questa finora fallimentare missione militare. In Germania sembrano esserne consapevoli in un numero sempre maggiore. Dalle fila di quanti l’hanno sin dall’inizio sostenuta, come la SPD e i Verdi, si fanno ormai sempre più spazio i punti di vista di chi chiede una strategia per il ritiro. La prudenza sull’invio di nuovi militari del ministro degli esteri Guido Westerwelle (FDP) è un altro segnale chiaro. Ma che non si possa andare avanti così lo dicono ormai, a modo loro, anche quelli che continuano a credere che la missione militare sia opportuna, ma ritengono inevitabile un cambiamento di strategia nel segno di un’esplicitazione politica e legale del suo carattere di guerra. Tra quest’ultimi si può segnalare il responsabile della CDU per le politiche della difesa (quindi non uno qualunque), che è arrivato a sostenere l’opportunità di una modifica costituzionale per consentire all’esercito tedesco nientemeno che azioni offensive volte all’uccisione di nemici.

In Italia, invece, purtroppo, non v’è traccia di un dibattito pubblico all’altezza della serietà del problema. Come già si è scritto su questo blog, la guerra bipartisan per definizione conosce solo, alternativamente, l’unanimismo ipocrita o il silenzio imbarazzato: gli schieramenti politici parlamentari appaiono incapaci non già di vedere quanto si muove sul serio sul terreno a migliaia di chilometri da noi (sarebbe chiedere troppo), ma neanche di orecchiare distrattamente quanto si dice al di là delle Alpi.

(Jacopo Rosatelli e Sergio Tosoni)

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2 commenti

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2 risposte a “Afghanistan, verità e menzogne di una guerra

  1. Valerio Peverelli

    Le domande del dibattito, come avete ben espresso sono tre:
    1) esistono guerre “giuste”?
    2) quella in Afghanistan è una guerra “giusta”?
    3) la stiamo combattendo nel modo corretto (per vincerla)?

    Personalmente sarei tentato di rispondere no alla 1) (che dilania la scialdemocrazia da circa un decennio) e alla 2) e chiudere la discussione.
    Invece vorrei fare una breve riflessione, magari un po’ provocatoria, sulla 3)

    Una delle cose che più sorprende nell’uso della forza da parte di tutte le potenze europee (e in questo l’italietta è in buona compagnia) è che non si pensa mai al modo per vincere le guerre.
    Il fatto che “red baron” tiri le bombe o meno centra molto poco con una riflessione dello stato maggiore prussiano … ehm … volevo dire tedesco.

    Oggi ci si aggrega ad una coalizione più che altro illudendoci che siamo ancora ai tempi della guerra di Crimea, e che mostrare la bandiera serva al prestigio e a dimostrare di esistere a livello internazionale.
    Nel nostro caso magari a far dimenticare agli USA che l’Italia ha ormai “tradito” ed è il partner più fedele di Putin tra i paesi NATO.

    La tattica e la strategia sono contemporaneamente discusse sia a livello di coalizione (e quindi in fin dei conti stabilite dagli USA), sia ridefinite in maniera flessibile e indeterminata a livello nazionale tra politica e stati maggiori (e quindi mancano di qualsivoglia coordinamento di coalizione), in Afghanistan si aggiungono i livelli di comando ONU, ISAF, NATO, ecc. ecc., il risultato è che manca completamente un comando unico.

    Se siamo in Afghanistan innanzi tutto per dimostrare al mondo che esistiamo ancora come potenza e stato-nazione, passa in secondo piano l’ipotesi che siamo lì per combattere contro un nemico.

    Nemico che per altro andrebbe anche definito, visto che in Afghanistan (non sono aggiornato sugli ultimi sviluppi, quindi prendetemi con le pinze) operano almeno 4 gruppi di “talebani” (uno, ad esempio appoggiato dal Pakistan, uno in guerra in particolare contro il Pakistan), spesso rivali tra di loro, e la struttura di volontari internazionali quedisti, più vari signori della guerrra minori; ci sono anche tracce di una milizia sciita di autodifesa azara, e un rischio latente di guerra civile tra altre fazioni.

    Se lo scopo della guerra è sconfiggere i quedisti, la guerra in se fu già una scelta sbagliata, (e si capì anche allora); se lo scopo era abbattere i talebani, allora l’invasione era concettualmente accettabile (ovvero in un’ottica strategica per abbattere un governo la cosa più ovvia da fare, dopo il colpo di stato, è invadere il paese), ma il dopo invasione andava gesito in altro modo ecc. ecc.

    In particolar modo bisognerebbe riflettere se sia davvero necessario, quasi 9 anni dopo l’inizio della guerra, utilizzare il potere aereo e l’artiglieria (ovvero gli strumenti più “invasivi” e dotati di maggior potenza di fuoco dell’arsenale NATO) per ottenere il controllo del terriotorio, se le vittime civili siano accettabili o no, se si stà facendo abbastanza per risollevare l’economia della regione, se abbiamo culturalmente compreso cosa stà accadendo, e cosa sia una vittoria o una sconfitta. (ovvero la 4 domanda: che cosa dobbiamo fare per vincere?, visto che l’unica cosa peggiore di fare una guerra è perderla)

    Quindi in sintesi 1) sapere chi sono i nemici, 2) sapere che cosa li danneggia, 3) fare ciò che li danneggia, 4) avere una strategia che preveda quando si è raggiunto un livello accettabile di “vittoria” e sia possibile ritirarsi senza perdere la faccia, 5) avere in tutto questo l’appoggio della popolazione afghana, 6) avere un governo afghano “amico” ragionevolmente efficiente e benvoluto dal popolo.

    Per gli USA la riflessione è stata in piccola parte questa (per altro sbagliando quasi tutte le risposte a mio avviso, ma dovrei documentarmi meglio, comunque in Asia centrale hanno fatto decisamente schifo ed hanno perso pesantemente), per la UE e gli altri no; la riflessione è stata di carattere politico, spesso di politica interna, oppure di confusione totale, in cui gli stessi stati maggiori non sanno cosa il governo si aspetta da loro, eccetto che evitino di avere morti e vivere alla gironata.

    Una guerra in cui la tattica di un esercito è “non devo subire morti” e quella dell’altro è “kamikaze” ha già un vincitore. Quindi fossi Obama chiederei agli alleati non rinforzi, ma di andarsene alla svelta, perchè sono parte del problema e non della soluzione.

    Due cose potremmo fare, di sicuro effetto ed utilità come europei, senza dover fare grosse riflessioni strategiche. Contribuire a pagare i soldati regolari afghani più di quanto non siano pagati i guerriglieri talebani (in un paese dove fare il mercenario ha sempre una sua attrattiva il problema delle paghe non è indifferente), e costruire strade su strade, vie di comunicazione che connettano le province più remote con il centro, ed annullino le distanze (con una ricaduta positivissima per la vita civile, l’economia, la popolazione ecc.).
    Addestrare e armare qualche battaglione afghano in Europa, e poi rimandarlo nel teatro delle operazioni sarebbe anche molto utile, per evitare diserzioni ed aumentare il morale.
    I comitati di ricostruzione provinciale mi sembra siano falliti, e i nostri interventi militari (parlo per l’Italia, ma Germania e co. non sono molto meglio) mi sembrano molto vicini all’ininfluenza sull’esito dei combattimenti, quando non si giunge alla tangente al signore della guerra o al mafioso locale.

    Quindi in definitiva se volessimo vincere questa guerra (e quindi faccimao finta che la domanda 1 e 2 non siano importanti) rimanere od andarcene potrebbe essere strategicamente ininfluente.
    Il che non vuol dire che un certo numero di scelte politco-militari, anche litigando con gli USA, non sarebbero molto utili.

    Il problema insormontabile è che le coalizioni sono sempre molto deboli, debolissime in questo caso (visto che una decina di partner sono lì come turisti), e quindi sono non un motivo di forza ma di debolezza per qualunque scelta militare si voglia intreprendere.

    Inoltre non si pensi che questi 9 anni di guerra non sono stati una delle cause della crisi economica, se questa guerra (e tutte le altre) non si chiude alla svelta la crisi diventerà ben più grave e profonda, questa guerra costa migliaia di vite agli Afghani e centiania agli occidentali, ma anche decine di miliardi di euro al giorno, anche solo per tenere delle scuadre navali a non far praticamente nulla nell’oceano indiano.

    Mi chiamavate logorrea, ed avevate ragione, (jacopo e sergio, ho tagliato metà del mio commento se vi può consolare).

  2. Pingback: Parlare di Afghanistan (in Germania) e le guerre degli europei « Italia2013

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